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3 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 10:57

Oggi la musica non si ascolta, si subisce. È un rumore di fondo che serve a riempire il vuoto tra una notifica e l’altra. Viviamo nell’era della “musica come arredamento”, quella che Erik Satie sognava ma che oggi è diventata un incubo di plastica: “La musica d’arredamento crea un ronzio… non ha altro scopo se non quello di occuparsi di quegli stessi bisogni dei quali si occupano la luce e il calore, in breve, del comfort”. La vostra attenzione è un fiammifero bagnato: cercate di accenderlo, ma il vento dello scroll lo spegne prim’ancora che vediate la fiamma.

In questo scenario di macerie digitali, io e il mio amico UnFauno abbiamo deciso di fare una cosa stupida, quasi eroica: fermarci. Mezzo Podcast non è un “prodotto”. Non è una clip da masticare e sputare: è una collisione. Il resto – numeri, visualizzazioni, engagement – è arredamento. Sta lì per riempire la stanza, ma non è la stanza. In un ecosistema che ti vuole rapido, levigato, intercambiabile, rallentare è già una forma di sabotaggio. E poi il Rock non è un’esibizione, è una questione di vita o di morte. Ecco, noi applichiamo questa massima alla conversazione: qui, metterci la faccia non è una posa, è un rischio: se va male, resta tutto lì, senza montaggio a salvarti. Abbiamo smesso di fare gli host, quelle figure asettiche che sorridono a comando. Stiamo dentro la cosa, senza paracadute. Se la conversazione deraglia, lasciamo che si schianti.