«Lo abbiamo mandato a Torino. Sarà esposto per la prima volta». Dov’era stato finora? «Sul tavolo, a casa di mia mamma, insieme ad altri premi». Simone è il più giovane dei tre figli di Gillo Pontecorvo, ha 51 anni, fa il pittore, e l’oggetto di cui parla è il Leone d’oro ricevuto dal padre nel ‘66 per La battaglia di Algeri, ora pronto per essere ammirato al Museo del Cinema, nella mostra Gillo Pontecorvo Una battaglia dopo l’altra», in programma alla Mole Antonelliana dal 16 settembre al 5 aprile 2027: «Credo di aver visto il film la prima volta da piccolo, ma di quella visione mi sono rimasti solo dei flash. Poi l’ho rivisto tante volte, tra le medie e il liceo, a un certo punto lo conoscevo a memoria. Mi emozionava molto, mi piaceva la complessità, il fatto che fosse un affresco corale in cui, di ogni personaggio, anche di quelli negativi, è descritta la logica, la motivazione. Si capisce bene che l’unico vero cattivo è il mandante, cioè colonialismo». Lei fa il pittore astratto, suo fratello Marco è regista e il maggiore, Ludovico, è fisico. Da dove nasce la sua scelta?«Ho sempre disegnato, fin da ragazzino, ho cominciato con gli acquerelli, ora lavoro con lo stesso tipo di disegni, ma su materie diverse». Che cosa diceva suo padre del suo mestiere?«Sono rimasto tanto a casa con i miei genitori, me ne sono andato abbastanza tardi, verso i 30 anni. I miei guardavano i miei quadri, anche quelli a olio, mi faceva piacere. Mio padre aveva una grande abitudine all’immagine, all’inquadratura, ricordo che, osservando le mie tele, faceva quel gesto tipico dei registi, metteva la mano sull’occhio come per coprire una parte del dipinto che non lo interessava o che gli piaceva meno. A me dava un fastidio tremendo, quel gesto mi restava in testa, e mi convincevo che quella parte del dipinto andava cancellata. Però commentare i quadri con mio padre era sempre molto bello». Oltre a quella per il cinema, suo padre aveva molte altre passioni, il tennis per esempio. Com’è stato avere un genitore così preso da tanti, diversi, interessi?«Bello, perché, in quelle passioni, mio padre coinvolgeva tutti noi. Era un tennista di alto livello fino al ’38-’39, prima della guerra, era avviato verso una carriera importante. Anche io amo moltissimo il tennis, ho giocato con mio padre quando era già anziano e adesso continuo a farlo io, anche se non tanto spesso. A noi figli, ha passato anche l’amore per la pesca subacquea».