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Da giovedì 6 agosto all’aeroporto di Catania migliaia di persone dormono dove capita, sulle scale e lungo i nastri trasportatori fermi come gli oltre 700 voli rimasti a terra a causa della cenere dell’Etna. I passeggeri più fortunati sono stati portati all’aeroporto di Palermo, moltissimi altri devono aspettare che l’osservatorio dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) dia buone notizie sulle eruzioni del vulcano e soprattutto sui venti che finora hanno spinto la cenere verso sud.
Anche stavolta, come successo spesso negli ultimi trent’anni, la chiusura forzata ha fomentato un dibattito nella politica siciliana che da tempo si interroga sulla posizione dell’aeroporto e sulle possibili alternative per evitare questi disagi. «A essere fuori posto non è il vulcano, ma l’aeroporto», ha detto il ministro della Protezione civile ed ex presidente della Sicilia Nello Musumeci.
Quando nel 1912 l’aviatore Ignazio Lanza di Trabia pensò di costruire una pista per uso militare non si preoccupò del vulcano né tanto meno della cenere. Scelse la zona di Fontanarossa perché era l’unica area pianeggiante abbastanza estesa vicino alla città, formata dal deposito di sedimenti dei fiumi Dittaino, Gornalunga e Simeto sopra le colate laviche dell’Etna: in un certo senso se l’aeroporto di Catania si trova lì è almeno in parte a causa dello stesso vulcano che oggi lo blocca.












