"È imperativo ridurre la sovracapacità produttiva, abbassare significativamente i costi e rafforzare sostanzialmente le capacità decisionali e operative del Gruppo". Parola di Porsche SE, azionista di maggioranza del gruppo Volkswagen, la più grande casa auto battente bandiera tedesca, e quindi europea. Ma la sovracapacità produttiva a cui si riferisce il comunicato degli eredi Porsche e Piëch non è quella cinese che, riversata sul mercato europeo, sta minacciando la sopravvivenza dell'industria manifatturiera del vecchio continente. Parla di quella Volkswagen. Traduzione: bisogna produrre meno, ridurre le linee produttive, il personale, e le fabbriche. Penalizzata da miliardi di euro di svalutazione ed esclusa dal DAX, la holding tedesca a conduzione familiare chiede alla dirigenza misure drastiche, dando pieno appoggio così al consiglio di amministrazione del gruppo VW per procedere con il piano di oltre 100mila esuberi e la chiusura di quattro siti produttivi. La crisi Volkswagen è lo specchio di quella, più ampia, innescata dal cosiddetto China Shock 2.0 che si sta abbattendo sull'economia e l'industria europee.
Ormai in Europa su dieci auto vendute una è cinese. La penetrazione è in costante aumento, specie nell'elettrico. La quota di e-car vendute da marchi cinesi è salita al 14,2% in tutti i mercati dell’Europa occidentale – o uno ogni sette veicoli elettrici a batteria (BEV) – nei primi cinque mesi di quest’anno, secondo i dati raccolti dalla società di consulenza di Brema Schmidt Automotive Research. E nonostante i dazi introdotti dalla Commissione Europea. Avviene per tre ragioni: molte case cinesi hanno basi produttive in Europa, oppure hanno creato joint venture con case del vecchio continente o, infine, hanno acquisito marchi un tempo europei, ad esempio la fu svedese Volvo. In questo quadro, lungo la direttrice opposta, non si vede reciprocità: le case tedesche come Audi, Bmw e Mercedes stanno costantemente perdendo quote di mercato in Cina, espulse dalla spietata concorrenza che i marchi locali riescono a praticare con prezzi difficilmente pareggiabili dalle case Ue. Se nel 2020 deteneva una quota di mercato tra il 18 e il 20%, in soli cinque anni il trio tedesco è sceso alla metà, intorno al 10%.







