Il sistema della giustizia minorile, un tempo vanto del nostro paese, sta lasciando il posto a un nuovo ordinamento: il sistema della Giustizia Maranza.

Già da anni il contrasto alla cosiddetta devianza pare diventato una questione di ordine pubblico da gestire con pacchetti sicurezza (Prodi, Berlusconi, Gentiloni), Daspo urbani (sei decreti legge negli ultimi sette anni per mano di quattro governi differenti), direttive antidegrado, ordinanze di allontanamento.

Con il nuovo governo, dal decreto Caivano in poi, la tendenza si è esasperata grazie a uno stillicidio di provvedimenti: l’estensione della procedura di ammonimento davanti al questore ai bambini tra i 12 e i 14 anni, l’ampliamento della possibilità di detenzione in via cautelare dei minorenni, l’aggravamento di pena a seguito di fuga dalla comunità. Infine, poche settimane fa, la proposta, ribattezzata appunto “anti-maranza”, di rendere imputabili i minori tra i 14 e i 18 anni senza più la valutazione caso per caso disposta dal codice di procedura penale: un provvedimento che rende la valutazione del grado di maturità del singolo un onere della difesa (per chi se lo può permettere) e non più un accertamento dovuto.

Il nuovo approccio è stato chiarito dalla premier con poche parole di apparente buon senso: “chi sbaglia paga, anche se adolescente”. Che le cose siano così già oggi lo dicono i numeri: 20.000 minorenni e giovani adulti pagano per i loro reati, 18.000 presi in carico dall’Ufficio per i servizi sociali, quasi 2.000 ristretti in comunità o negli istituti penali. Per i paladini del nuovo ordine maranza non è sufficiente, le punizioni non sono abbastanza severe.