La motivazione per cui andrebbe data per presunta la capacità di intendere e di volere dei minorenni, minando l’impianto dell’ordinamento penale minorile, è «chi sbaglia deve pagare sempre anche se a 15 o 16 anni». La soluzione proposta ai comportamenti devianti rimane il carcere, quasi ad ogni età.
L’attività dell’esecutivo in questo senso è impressionante: i quattro decreti sicurezza, il cosiddetto “decreto Caivano”, tre nuovi carceri minorili, questa ulteriore proposta. Bene ha detto Claudio Cottatellucci (Avvenire, 25/07,2026) che con questa modifica «si accredita l’idea che il processo minorile debba essere semplificato perché troppo garantista, che conoscere la persona sia un ostacolo all’efficienza».
Di queste iniziative legislative, quali risultati si vedono? E queste iniziative legislative, in quali sforzi concreti si traducono? Investimenti pochissimi. Risultati opinabili. Non si può darne del resto una lettura chiara, perché il carcere, e in questo il carcere minorile non fa difetto, manca strutturalmente di trasparenza.
Chiusa dalla proverbiale riservatezza degli operatori, limitata agli evasivi e allusivi comunicati dei sindacati penitenziari dopo i cosiddetti “eventi critici”, la detenzione si nutre di silenzi, di attese più lunghe dei colloqui, di grida e di violenza: è difficilissimo parlare chiaramente mentre è facilissimo gridare, è difficile arrivare puntuali ad un colloquio ma è vietato correre, a volte non perché specificato dalla normativa, ma per “motivi di ordine e sicurezza “ di fronte ai quali tutti o quasi arretrano. Urla che ristabiliscono la calma per poche ore, “eventi critici” che si ripresentano con regolarità. E poi?







