Nel pieno del caos dell’aeroporto di Catania – chiuso da giorni per la cenere vulcanica provocata dalla nuova eruzione dell’Etna – la politica si risveglia. Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, sottolinea che l’emergenza “conferma la necessità di potenziare ulteriormente il sistema aeroportuale dell’Isola” mentre il suo predecessore, e attuale ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, tiene a precisare – in caso qualcuno avesse dei dubbi – che a “essere fuori posto” non è “il vulcano ma l’aeroporto”. Musumeci elenca anche quanto da lui fatto da governatore e da presidente della provincia di Catania. E in effetti idee, ipotesi e progetti in questi ultimi decenni non sono mancati: dal potenziamento di Comiso fino all’opzione Enna, con tanto di breve apparizione dei cinesi. Ma cosa è cambiato? Nulla o quasi: a ogni eruzione dell’Etna scatta il rischio di blocco dell’aeroporto e i conseguenti disagi per i passeggeri. Lo scalo di Comiso non è però in grado di “subentrare” al Fontanarossa: è, infatti, troppo piccolo rispetto a quello catanese. E poi c’è anche un aspetto a tratti paradossale. Anche l’aeroporto nel Ragusano può avere problemi (anche se di entità minore) con l’eruzione del vulcano: da martedì sera a mercoledì mattina, ad esempio, l’attività di volo è stata sospesa proprio per “contaminazione” da cenere lavica emessa dall’Etna.
Catania, l'Etna blocca l'aeroporto: decenni di annunci, zero soluzioni
Dall'ipotesi Enna ai cinesi, da Comiso ad Agrigento: ogni eruzione riapre il dibattito, ma nulla cambia











