L'imbarazzante versione di Valterino. Ma se voleva più protezione per l'amico non poteva rivolgersi alle autorità? La sensazione è che cerchi di minimizzare le accuse e salvare così Sigfrido

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Valter Lavitola ha dunque ammesso di essere il «mandante» dell’attentato bombarolo dello scorso ottobre a Sigfrido Ranucci. Lo ha fatto ieri nel carcere romano di Rebibbia, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Iole Moricca e al pm, durato oltre cinque ore. Una confessione che conferma l’ipotesi della Procura, ma con una spiegazione del movente completamente diversa da quella prospettata dall’accusa: Lavitola ha sostenuto infatti di aver organizzato l’attentato non per lanciare Ranucci in politica, nonostante i sondaggi che erano stati commissionati come leader del Campo larghissimo, ma per «proteggerlo».

A riferirlo è stato il suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, al termine dell’interrogatorio. Lavitola, in particolare, avrebbe spiegato di essersi deciso a compiere «un atto indubbiamente delittuoso» perché Ranucci era già oggetto di minacce e attentati e perché, secondo la sua valutazione, la protezione garantita al giornalista non era sufficiente.

Ranucci fa il martire e si paragona a Moro, Falcone e Borsellino