Per la prima volta dall’inizio della guerra in medio oriente, un attacco degli houthi alla navigazione commerciale ha provocato vittime proprio nello stretto di Bab el Mandeb, la rotta che stava assorbendo una parte del petrolio che non esce più dal Golfo Persico. L’aggressione è avvenuta martedì ai danni di una nave egiziana, nonostante le minacce e l’embargo di inizio luglio delle milizie filoiraniane riguardasse solo le imbarcazioni saudite. Per aggirare il blocco di Hormuz, infatti, l’Arabia Saudita ha aumentato il flusso di greggio sull’oleodotto East-West fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, con i transiti per Bab el Mandeb saliti a 8,1 milioni di barili al giorno rispetto ai 5,4 milioni che passavano prima della guerra. Ma l’attacco al mercantile egiziano è il segnale che il rischio è ora più concreto, ed esteso a tutti gli attori considerati ostili. Il Brent è tornato così a risalire fino a quasi 90 dollari. Eppure, quasi nelle stesse ore di martedì, il segretario all’Energia americano Chris Wright rivendicava su X i risultati dello sforzo dei militari americani nel Golfo rispetto ai flussi di petrolio, scrivendo che la media settimanale in uscita da Hormuz era risalita quasi a 9 milioni di barili al giorno, da sommare ai circa 7 milioni che passano per i bypass – per un totale di circa 15 milioni di barili al giorno. “Solo domenica erano usciti dalla regione del Golfo oltre 20 milioni di barili, sopra la media pre-conflitto” ha specificato il funzionario della Casa Bianca. Le sue dichiarazioni però sono state contestate da più esperti. Andrea Paltrinieri, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università Cattolica di Milano, ha spiegato al Foglio le incongruenze tra l’annuncio del segretario e i dati: “Ciò che dice Wright è sbagliato. Ritiene che ci sia un flusso in uscita da Hormuz di 9 milioni di barili, ma sia le immagini satellitari sia le stime di Kpler mostrano un’uscita di 3-4 milioni di barili al giorno, inferiori rispetto ai 7 milioni di dieci giorni fa”, dice l’economista. “Il problema poi sono i flussi di rientro – che servono ai produttori per liberare i depositi e ricevere nuove petroliere prima di aumentare l’estrazione, ndr – quasi nulli. Pertanto la produzione, soprattutto di Kuwait e Iraq, fa fatica a ripartire. L’Iran è poi soggetto al blocco americano. Inutile dire che Hormuz a ora non è aperto, e che si deve quindi seguire il protocollo delle Guardie della rivoluzione”, dice l’esperto. Anche Javier Blas, specialista per il petrolio per Bloomberg, ha segnalato che i dati raccontano una storia differente da quella di Wright: “Gli Stati Uniti affermano che quasi 9 milioni di barili al giorno di petrolio escono attraverso lo Stretto di Hormuz, senza contare i gasdotti di bypass. Questo è ben al di sopra di quanto riporta attualmente la maggior parte dei tracciatori di petroliere, ossia 4-6 milioni di barili al giorno”.E la rotta alternativa, anche prima dell’attacco di martedì degli houthi, era tutt’altro che stabile: “Su Bab el Mandeb il passaggio c’è ma non è continuo”, dice Paltrinieri. “Ci sono giorni in cui passano 5 milioni di barili e altri in cui ne passano 3, cioè quando le Vlcc (le superpetroliere da circa due milioni di barili, ndr) vengono attaccate. Ma non è solo un problema di flusso, ma appunto anche di carico”. E il deterioramento nel Mar Rosso è stato più rapido delle previsioni ufficiali: lo Short term energy outlook pubblicato martedì dall’Agenzia statistica del dipartimento dell’Energia americano (Eia), chiuso il 6 agosto, non ipotizzava che le minacce degli houthi provocassero rischi per nuove interruzioni della produzione, dato che fino ad allora le intimidazioni contro le navi saudite non avevano avuto effetti sull’offerta. “Le Vlcc saudite passano allora per il canale di Suez”, prosegue Paltrinieri, “ma da lì possono transitare a metà carico e non a pieno carico, quindi con un milione di barili e non due, e fanno un giro più lungo” se diretti verso l’Asia.La domanda mondiale continua così a essere sostenuta dalle scorte. Ma dall’inizio della guerra, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), le riserve mondiali osservate sono calate di 410 milioni di barili. Solo le riserve strategiche americane, create nel 1975, sono scese ai livelli del 1983. Il cuscinetto che finora ha evitato una crisi energetica ancor più grande si sta consumando, e i segnali di stress cominciano a vedersi. Per Paltrinieri “in questi giorni c’è stato comunque un salvataggio” dovuto ai flussi di petrolio usciti nei 30 giorni del memorandum d’intesa, la tregua di giugno tra Washington e Teheran. Ma in diversi hub, “tra cui Cushing in Oklahoma e Fujairah negli Emirati, siamo al tank bottom”, ovvero il fondo dei serbato. Infatti lo spread ‘1-2’ del Brent e del Wti è tornato velocemente in backwardation”: vuol dire che il petrolio con consegna più vicina è tornato a costare molto più di quello con consegna successiva, segno che il mercato teme una scarsità duratura.Eppure, la visione di breve periodo dell’Eia americana vede il Brent a 78 dollari nel quarto trimestre del 2026 e a 69 dollari nel 2027. L’Aie invece stima che con una distensione l’anno prossimo l’offerta supererebbe la domanda di 4,6 milioni di barili al giorno, abbastanza da ricostruire le scorte entro metà 2027. In ogni caso, entrambe le previsioni si basano sulla stessa condizione: che si torni a passare in sicurezza da tutti e due gli stretti.