Non perdere tempo. Questa è la prima regola quando si manifestano i segni dell’infarto, per giungere prima possibile all’ospedale ed essere sottoposti, quando indicata, ad un’angioplastica. Il palloncino che si gonfia consente di far passare il sangue attraverso l’arteria ostruita, nutrendo il cuore. E lo stent (ovvero la reticella che mantiene dilatato il vaso) permette di continuare a far giungere ossigeno e nutrimento alle cellule cardiache.
Lo scompenso cardiaco
Ma attenzione. In molti casi, lo “sfregio” che l’ischemia ha prodotto sul cuore lascia una traccia che in qualche modo apre la strada all’insufficienza cardiaca, perché la cicatrice sul muscolo cardiaco ne disabilita la capacità di contrazione muscolare. Per questo è importante trovare soluzioni che preservino il miocardio. Proprio in questo senso, si affaccia all’orizzonte la possibilità di una cura mirata per i pazienti che potrebbero sviluppare insufficienza cardiaca, con un impatto sulla qualità di vita e sulla mortalità, proprio a partire dalla cicatrice sul cuore. Lo fa sperare una ricerca coordinata dagli esperti dell’Università di Uppsala che ha coinvolto specialisti di numerosi centri.
Lo studio
Gli studiosi hanno individuato un trattamento biologico da somministrare direttamente nel vaso sanguigno danneggiato, per favorire la guarigione cardiaca. La ricerca, pubblicata su Cell Stem Cell (primo autore Karl-Henrik Grinnemo), mostra anche come questa potenziale terapia possa essere effettuata con la massima appropriatezza grazie ad una speciale PET (Tomografia a Emissione di Positroni) che mostra i pazienti in cui è in corso una cicatrizzazione. "Si tratta di un approccio molto promettente perché agisce esattamente sul meccanismo che oggi non riusciamo a controllare bene: l'infiammazione che segue l'infarto e che, trasformandosi in cicatrice, compromette la funzione di pompa del cuore" – commenta Italo Porto, Ordinario di Malattie Cardiovascolari all'Università di Genova –“.







