Arrivare prima. Eseguire il trattamento per liberare l’arteria o le arterie dall’ostruzione che le blocca. Iniziare le cure per controllare immediatamente la funzione cardiaca a ridurre drasticamente l’impatto dei fattori di rischio. E poi? In futuro, forse, sottoporsi ad un’unica iniezione che aiuta il cuore ad autoproteggersi, limitando i danni dei postumi dell’ischemia.

A disegnare un domani possibile nella sfida all’infarto del miocardio è una ricerca che punta ad aiutare l’organismo a produrre un composto che riduce lo stress sul cuore sottoposto ad ischemia, a migliorare il profilo dei danni a lungo termine e, quindi, a impattare sugli esiti a distanza. Il tutto passando, appunto, attraverso una semplice puntura capace di stimolare la produzione del Peptide Natriuretico atriale (ANP). Normalmente questo ormone viene prodotto dagli atri in risposta all’aumento di pressione, ma in questo caso potrebbe diventare una vera e propria “cortina protettiva” per il muscolo infartuato. Alla base di questo scenario è una ricerca di esperti delle Università Texas A&M, Columbia e Oxford, pubblicata su Science (primo nome Kaijue Zhang).

Gli obiettivi dell’intramuscolare

Il trattamento si basa su un’iniezione “intelligente”, perché fornisce all’organismo le istruzioni per rilasciare maggiori quantità di ANP, che protegge il cuore e favorisce la guarigione. Il trattamento è a lunga durata d’azione: una singola dose sarebbe sufficiente a stimolare la produzione ormonale per alcune settimane. Lo conferma uno studio sul lavoro dei ricercatori, pubblicato su Science.