Arrivare presto, perché ogni minuto che passa si perdono cellule cardiache. Riaprire l’arteria ostruita che blocca il flusso di sangue e ossigeno. Ridare nutrimento al miocardio. Sono questi i tre cardini della gestione dell’infarto: il primo dipende da noi, dalla rapidità con cui chiediamo aiuto; il secondo e il terzo spettano alla medicina moderna. Ma in futuro potrebbe non bastare più pensare solo al cuore.
Una ricerca sperimentale dell’University of California San Diego, pubblicata su Cell, ipotizza che l’infarto non sia soltanto un evento cardiaco locale, ma un fenomeno sistemico che coinvolge il cervello, il sistema nervoso e le difese immunitarie dell’organismo. E che proprio questa risposta “globale” possa, paradossalmente, peggiorare il danno. Lo studio, guidato da Saurabh Yadav e Vineet Augustine, propone una visione nuova e in parte controintuitiva: il cervello potrebbe interpretare l’ischemia cardiaca come se fosse un’infezione, attivando una risposta immunitaria eccessiva e disordinata, potenzialmente dannosa per il cuore già sofferente e per l’intero organismo.
Dopo l’infarto alcune cellule muscolari si rigenerano e il cuore rinasce
di Federico Mereta
26 Gennaio 2026






