La corsa in ospedale. L’angioplastica, che riapre la strada al sangue e consente di ridare ossigeno alla zona ischemica. E poi, ma massima attenzione a che il problema non si ripeta. Questo percorso, che si ripete migliaia di volte in un anno in Italia, prevede ovviamente nella fase successiva al trattamento di cardiologia interventistica un’attenzione particolare a mantenere il sangue fluido. Provvede a questo la terapia antiaggregante, o meglio la doppia antiaggregazione definita tecnicamente DAPT.

Normalmente questo approccio si mantiene per un anno, considerando questo periodo lo standard di cura. Ma ora una ricerca italiana e più precisamente “campana”, visto che il team di studiosi è tutto della regione, prova a rivoluzionare lo standard di cura. Lo fanno pensare i risultati dello studio Parthenope, coordinato da Giovanni Esposito, presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli, recentemente apparsi su Journal of the American College of Cardiology. Inoltre, per ribadire l’importanza di questo sviluppo scientifico, la ricerca è stata presentata al meeting annuale dell'European Society of Cardiology (ESC) di Madrid da Raffaele Piccolo, direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’Università Federico II di Napoli.