Eletto Maestro Concertatore, sarà sul palco di Melpignano il 22 agosto. Sulla musica popolare dice: «È lì che si trovano le storie di chi ha abitato un territorio prima di noi»

Ermal Meta, 46 anni, nato in Albania e in Italia dall’età di 13 anni, è cantante, autore, polistrumentista, produttore musicale e scrittore di due romanzi e di un libro di favole. Ha partecipato a sei edizioni di Sanremo collezionando un podio nelle «Nuove Proposte», vincendo il festival nel 2018 con Non mi avete fatto niente, cantata insieme a Fabrizio Moro), ricevendo il premio della critica e un plauso di Adriano Celentano per Stella, stellina, brano presentato quest’anno e che fa parte dell’ultimo album, Funzioni vitali. La prima cosa che ha pensato quando è stato nominato Maestro Concertatore della «Notte della Taranta», ruolo affidato in passato a personaggi come Joe Zawinul, Steward Copeland, Ambrogio Sparagna? «Lo scorso anno ero stato per la prima volta al concertone della «Notte»: ricordo che mi era arrivata questa energia straordinaria dal palco. Quando mi hanno proposto questo nuovo ruolo, ho sentito una grande responsabilità, oltre a un grande onore, naturalmente. Insomma, un conto è fare l’ospite, essere invitato per cantare (l’anno scorso, a Melpignano incantò il pubblico interpretando il brano tradizionale arbëreshë Lule lule e la canzone Mediterraneo, ndr), altra cosa è dover scegliere un gruppo di canzoni tra le tantissime della tradizione popolare salentina» Mettendoci del suo, immaginiamo… «Ho fatto in modo che l’impronta del Maestro Concertatore non fosse troppo invadente: parliamo di canzoni popolari che appartengono alla tradizione della gente e amate nel modo in cui sono conosciute da sempre. Mi sono limitato, quindi, a un arricchimento armonico, senza perdere l’energia quasi ancestrale dei brani». Tra quelli scelti, c’è un brano che sente più suo? «C’è una grande bellezza in ognuna delle canzoni scelte e orchestrate insieme all’Orchestra Popolare della Notte della Taranta: ma ce n’è una in particolare, Madonna te lu mare, che, quando l’ho ascoltata la prima volta, mi ha commosso tantissimo; così come il brano Lu core meo, che canterà Welo, in una versione che è una via di mezzo tra i Blues Brothers e la Taranta». Quasi quasi le è venuta voglia di prendere il microfono, abbandonando per un po’ le vesti di Maestro Concertatore? «Canterò due brani, uno dei quali è un inedito, composto per la Notte della Taranta, si intitola Non simu niente, scritto in italiano e “tradotto” da Claudio Prima, tra i musicisti fondamentali dell’Orchestra Popolare». Il tema di quest’anno è il Mediterraneo, simbolo - per dirla con le parole dello storico francese, Fernand Braudel - non di una civiltà ma di mille civiltà sovrapposte: cosa rappresenta per lei questo mare? «Un crocevia di culture compenetrate l’una nell’altra. Di certo, è difficile cercare di capire il Mediterraneo senza essere disposti a sentire una infinità di sapori nello stesso momento». Il presidente della Fondazione, Massimo Bray, l’ha ringraziata pubblicamente per aver accettato di misurarsi con questa sfida: raccontare il Mare Nostrum in musica. Come è possibile riuscirci? «Mi hanno fatto piacere le sue parole. Ecco, se dovessi dare una definizione musicale del Mediterraneo, direi che è un incontro di suoni. Non a caso, la Rosa dei venti è posta al centro di quello che era il centro del mondo. A noi non resta che scavare ritrovando le nostre radici». Cosa che si fa quando si mette mano alla musica popolare: ma perché è importante oggi più di ieri non disperdere questo immenso patrimonio? «All’interno della musica popolare si trovano le semplici storie delle persone che hanno abitato questa terra prima di noi. Tutto ciò crea emozione. La stessa emozione che ho avvertito lo scorso anno sul palco della Taranta: credetemi, quel palco ha qualcosa di magico, di spirituale. Merito soprattutto della musica popolare: un distillato delle radici che sono dentro ciascuno di noi». A proposito di radici, cosa non conosciamo ancora dell’artista Ermal Meta? «Non conoscete di me ciò che ancora dovrò scoprire di me stesso: sembra un gioco di parole ma è la verità. Del resto, io sono uno di quelli che appena scopre una cosa si sé, tende a farla scoprire anche agli altri».