In origine c’era il Partito politico. Anzi: i partiti, intesi come padri della democrazia costituzionale. La democrazia italiana, infatti, attraverso l’azione dei partiti antifascisti raccolti nel Comitato di Liberazione, si edificò sul loro impianto, con i loro uomini, le loro donne e le loro idee. Fu un «di più» molto italiano: vero è che la forma-partito era un prodotto diffuso in Europa e ignorato in America, ma da noi mise radici più stabili e profonde che altrove e, dal 1946 al 1993, quelle radici produssero frutti di immenso valore democratico e partecipativo. I partiti si giovarono di alcuni importanti strumenti che ne rendevano possibile la centralità: uno fu il sistema elettorale proporzionale con voto di preferenza plurimo, che consentiva la scelta dal basso e la partecipazione plebiscitaria dei cittadini.
Si calcola che, fino alla metà degli anni ‘80, fossero iscritti ai partiti non meno di 4,5 milioni di cittadini: il 10% del totale degli elettori, quelli stessi che andavano a votare in massa, sempre sopra l’80%.
Dal 1994, dopo la crisi della Prima Repubblica, si abbandonò quel modello e si guardò al maggioritario, che in Italia era stato il sistema del notabilato dell’inizio Novecento, esaltato nei suoi peggiori vizi dalla legge fascista Acerbo che regalò anche la novità delle liste bloccate, in auge negli ultimi trent’anni.







