Al raduno di Pontida, il 20 settembre, con due anime o due partiti diversi? La discussione interna alla Lega approfondisce la linea di faglia interna tra un partito che si richiama alle origini federaliste ed uno che abbraccia la formula sovranista.

Il capo e i suoi fedelissimi. La fusione tra i due è avvenuta con la leadership di Salvini. È stato il 53enne milanese a fornire collante ideologico, e umano, a una Lega nello stesso tempo nazionale e territoriale. Un passaggio anche simbolico: con Salvini scompare la parola Nord dal simbolo e dal nome, compare la dizione Salvini premier (ora che il partito è al 5-6 per cento nei sondaggi, di uso sempre meno frequente). Dal 2013 Salvini ha portato al vertice del partito un gruppo di fedelissimi che in queste ore di contestazione a quello che chiamano o chiamavano il Capitano - formula introdotta per differenziarla da quella di Capo, esclusiva del fondatore Umberto Bossi – si stanno spendendo via social per ricordare che all’ultimo congresso, l’anno scorso a Firenze, proprio su questa base il segretario ha ottenuto praticamente il sostegno di tutti: “La linea non è mai cambiata dall’inizio della sua segreteria nel 2013: autonomisti e federalisti in Italia, sovranisti in Europa”, sintetizza Luca Toccalini, il capo dei giovani padani. E come lui si schierano a difesa di Salvini, Eugenio Zoffili, Alessandro Morelli, Jacopo Morrone, ma anche Claudio Borghi, Andrea Crippa, Silvia Sardone, tra gli altri. Sono i 40enni, la gran parte dei quali cresciuti come Salvini all’ombra dei fondatori, Bossi, Roberto Maroni, Gianfranco Miglio, Roberto Calderoli, nel partito più vecchio del Parlamento.