Qualche tempo fa, su queste pagine, ho scritto della sostenibilità della fruizione: della necessità, cioè, di smettere di misurare il successo delle politiche culturali soltanto attraverso il numero dei visitatori e di cominciare a considerare la capacità di carico dei luoghi. Perché anche il patrimonio può essere consumato dal proprio successo. Ma esiste un’altra sostenibilità, forse ancora più complessa, della quale dovremo presto occuparci: la sostenibilità della conservazione.
Il Codice dei beni culturali si fonda su tutela, conservazione, valorizzazione e fruizione. Credo sia arrivato il momento di aggiungere a questi principi una quarta gamba trasversale: la sostenibilità. Non come parola di moda, ma come criterio attraverso il quale ripensare il nostro rapporto con un patrimonio destinato inevitabilmente a crescere. Il tema emerge con particolare evidenza se guardiamo alla soglia dei settant’anni prevista dal Codice. Per i beni appartenenti allo Stato, agli enti territoriali e agli altri soggetti pubblici indicati dalla legge, quando si tratta di opere di autore non più vivente la cui esecuzione risalga a oltre settant’anni, entra in gioco il regime di tutela previsto dal Codice fino alla verifica dell’interesse culturale.






