(A cura del cav. Nardo Filippetti, presidente di Lindbergh Hotels & Resorts e fondatore del tour operator Eden Viaggi)

Il turismo crea ricchezza, lavoro e un prezioso scambio tra culture. Tuttavia, quando questa crescita avviene senza regole, rischia di distruggere esattamente ciò che la rende possibile: la bellezza dei luoghi, l'identità delle comunità e la qualità della vita di chi vi risiede. L'overtourism non è una minaccia futura, ma una realtà con cui ci confrontiamo già oggi. Lo osserviamo nelle città d'arte svuotate dei loro cittadini, nei borghi ridotti a scenografie per fotografie e nelle coste consumate dal sovraffollamento estivo.

Per chi opera in questo comparto da molti decenni, il turismo rappresentava inizialmente una grande promessa sociale, capace di aprire il mondo alle famiglie e di conferire dignità attraverso il lavoro. Questa promessa mantiene la sua validità, ma il contesto attuale impone una presa di coscienza: la risposta al sovraffollamento non può limitarsi ad aspetti tecnici, bensì deve essere profondamente culturale e politica. Il punto di partenza è chiaro: occorre smettere di contare esclusivamente i turisti e iniziare a misurare il valore reale che essi lasciano sui territori. I dati Istat relativi al 2025 evidenziano, per esempio, una leggera flessione degli arrivi a fronte di un aumento delle presenze. Un visitatore che si trattiene per più giorni, che frequenta i ristoranti locali e scopre le produzioni del territorio, genera un impatto economico e sociale di gran lunga superiore a quello di un turismo "mordi e fuggi".