Ve lo ricordate quando si faceva differenza tra ‘turista’ e viaggiatore’? I primi immaginati a ‘bagno maria’ dentro la grande piscina di un resort all-inclusive, niente affatto interessati a dove fosse il resort, “tanto sono tutti uguali” che sia a Ladispoli o a Santo Domingo poco cambia. Il secondo, invece, s’atteggiava, perché visitando un luogo voleva scoprirne l’anima vera, quella lontano dai sentieri battuti. Poi sono arrivati i social e le foto da pubblicare: tutti sono diventati viaggiatori, fan del turismo esperenziale, ma con i confort tanto amati dal turista. Bene le zone non battute almeno il tempo di uno scatto, perché di zone realmente non battute non ce ne sono praticamente più.

Un punto sulla faccenda del turismo lo fa Andrea Cerrato con Vanity Fair. Intanto, Cerrato è un ‘destination manager‘, “una figura professionale che trasforma una realtà poco nota in una destinazione turistica oppure riposiziona turisticamente una destinazione sulla base di quelle che sono le esigenze del momento”. La prima cosa che spiega è che il cosidetto “turismo esperenziale” non se la passa benissimo: “Basta guardarsi intorno: siamo passati, nel giro di una manciata d’anni, dall’entusiasmo per una tendenza che voleva riconnetterci con la scoperta del mondo a un sovraffollamento di proposte omologate. Un po’ ovunque gli hotel si sono trasformati in hub polifunzionali, i ristoranti in laboratori di cucina aperti al pubblico e i musei in scenografie immersive. Il tutto per venire incontro al desiderio dei turisti di vivere e raccontare esperienze”.