«Più turismo per tutti?» è un dialogo di alto livello. Da una parte Paolo Verri, direttore generale della Fondazione Mondadori, già direttore del Salone del libro e coordinatore della candidatura vincente di Matera a Capitale europea della cultura; dall’altra Edoardo Colombo, esperto di turismo digitale. I due dialogano (appunto) come siamo soliti fare oggi nel nostro mondo confuso; e quindi sollevano un gran numero di questioni interessanti, che inevitabilmente tendono a restare aperte. Al tempo stesso tuttavia proprio questa circostanza mostra bene quanto il turismo contemporaneo sia multiforme e complesso. Sai che novità, direte voi: complessità è la parola d’ordine del nostro tempo. Vero, ma il turismo ha questo di particolare, che spesso si presenta con un aspetto ingannevole, come un’attività facile e divertente.
Dopo tutto è turismo anche il figurante travestito da centurione davanti al Colosseo, il venditore di cocco fresco in spiaggia, la bancarella di improbabili souvenir fabbricati in oriente. E invece, nonostante quest’apparenza leggera e ingannevole, con il 10% circa del Pil mondiale (e dell’occupazione) il turismo è un’industria decisamente pesante, con un impatto diverso ma non inferiore a settori come il petrolchimico, l’auto, l’edilizia. Soprattutto il turismo è incredibilmente complicato, ramificato, ubiquo. Quando hanno scritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, i responsabili hanno scoperto che il turismo, caso unico, era presente in tutti i diciassette obiettivi previsti: riduzione della povertà, stimolo all’occupazione, promozione della salute, istruzione e così via. Il turismo potrebbe anzi essere il punto d’arrivo del capitalismo globale per la sua capacità di mescolare merce, consumo, mobilità, desiderio, esperienza, identità, piacere, cultura, tempo libero e Dio solo sa cos’altro. A lungo invocato e celebrato come opportunità di sviluppo e occupazione, negli ultimi decenni sono emerse molte zone d’ombra del turismo contemporaneo: il suo impatto ambientale devastante, specie nel tempo della crisi climatica (metà degli aerei trasportano turisti internazionali), e soprattutto la sua inclinazione paradossale a snaturare i luoghi per troppo amore. Inoltre, in un libro interessante e documentato (Il turismo che non paga, Edizioni Ambiente), la giornalista Cristina Nadotti ha mostrato come i benefici e i guadagni del turismo siano spesso più apparenti che reali. Quando capisci tutto questo, cominci a difenderti. Un ottimo esempio è Barcellona. Dopo essere stata a lungo un modello di sviluppo turistico trainato dai grandi eventi (Olimpiadi del 1992), la città catalana è precipitata nell’abisso dell’overtourism. Ecco perché i suoi cittadini hanno cominciato una guerra senza quartiere al turismo di massa, nell’immediato sparando con pistole ad acqua sui malcapitati visitatori, nel lungo periodo eleggendo amministratori contrari alla monocultura turistica.







