Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato sull’overtourism. Si è parlato di flussi turistici, di centri storici congestionati, di città trasformate in grandi scenografie per visitatori. Molto meno, invece, ci si è interrogati su una domanda più profonda: quando la fruizione del patrimonio culturale smette di essere una forma di valorizzazione e diventa, essa stessa, un fattore di consumo del patrimonio? Credo sia arrivato il momento di introdurre nel nostro ordinamento un nuovo principio: la sostenibilità della fruizione del patrimonio culturale.
Il Codice dei beni culturali disciplina la tutela e la valorizzazione. Stabilisce come conservare i beni, come renderli accessibili, come promuoverne la conoscenza. Manca però un passaggio fondamentale: affermare che anche la fruizione debba essere sostenibile, cioè compatibile con la conservazione materiale del bene, con la qualità dell’esperienza culturale, con la sostenibilità economica della sua manutenzione e con la permanenza delle comunità che, storicamente, ne hanno garantito la cura.
La sostenibilità della fruizione non significa limitare il diritto dei cittadini ad accedere alla cultura. Al contrario, significa garantire che quel diritto possa essere esercitato anche dalle generazioni future. Abbiamo già esempi che dimostrano come questo principio esista, seppure in modo implicito. La Galleria Borghese, ad esempio, proprio per la sua conformazione, ha scelto da tempo il numero contingentato degli ingressi. Non si tratta soltanto di proteggere le opere d’arte. Si tutela anche la qualità della visita, evitando che l’esperienza culturale venga compromessa da un eccessivo affollamento. In altre parole, si riconosce che ogni bene culturale possiede una propria capacità di carico.






