C'è un dettaglio, tra i tanti che leggiamo in questi giorni sui bollettini della canicola, che continua a rimanere ai margini. Viviamo dentro una società dell'incertezza strutturale, in cui la precarietà non è più un'eccezione biografica ma la condizione ordinaria dell'esistere. Il caldo di questa estate ci costringe ad aggiungere una precisazione drammatica: anche l'incertezza, oggi, ha una sua gerarchia. Non tutti sono esposti allo stesso pericolo, e non tutti hanno gli stessi strumenti per attraversarlo.
Legambiente ha monitorato per settimane sei quartieri periferici, a Napoli, Milano, Roma, Torino, Terni e Bari, e ha scoperto che nelle ore più calde la temperatura media percepita sfiora i 36 gradi, con punte di 39 nel quartiere Barriera di Torino. Sono gli stessi quartieri, non a caso, dove i redditi medi sono più bassi. Più si è poveri, più fa caldo. Non è una metafora, è geografia sociale misurata in gradi centigradi.
Il fenomeno ha ormai un nome tecnico, cooling poverty, povertà da raffrescamento. Descrive l'impossibilità economica di tenere fresca la propria casa. Il Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici stima che le famiglie a basso reddito arrivino a destinare fino all'8% del loro budget ai consumi legati al raffrescamento domestico, quando riescono a permetterselo. Molte altre, semplicemente, il ventilatore non lo accendono, o non lo comprano, perché la bolletta pesa più della sete d'aria di una notte tropicale. Secondo l'Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica, nel 2024 le famiglie in povertà energetica hanno toccato il massimo storico, 2,4 milioni di nuclei, il 9,1% del totale, con la Calabria oltre il 19% e più di un milione di minori coinvolti. Numeri che raccontano un Paese in cui il clima non colpisce tutti, sceglie.










