È il 12 agosto 1827. William Blake si gira verso la moglie che è in lacrime e le dice: «Resta ferma Kate! Esattamente come ora. Farò il tuo ritratto, perché per me tu sei stata sempre come un angelo». Ha in mano la matita che le ha chiesto di comprare con gli ultimi scellini rimasti in casa. Avrebbe voluto andare avanti con le illustrazioni della Divina Commedia, riesce soltanto a portare a termine il volto di Catherine. Muore alle sei del pomeriggio, dopo aver detto alla moglie che si sta recando nel Paese che ha desiderato vedere per tutta la vita. Alexander Gilchrist, che è presente e scriverà la sua biografia, riferirà sconvolto di non aver assistito alla morte di un uomo, ma a quella di un angelo.

Angeli. Quanti ce ne sono nella vita di Blake. La prima visione si era presentata quando, tra gli otto e i dieci anni, stava facendo una passeggiata. Tornato a casa, agitatissimo e felice, raccontò di aver visto un albero pieno di angeli che cospargevano ogni ramo di lustrini simili a stelle. Il padre James aveva tentato di picchiarlo, sicuro che fosse una menzogna, ma la madre era intervenuta per proteggerlo. Le visioni erano continuate, sempre più vivide: angeli che si aggiravano tra esseri umani, angeli con cui William parlava. Era come vivere in due mondi che si intersecavano.