Con la morte di David Hockney si chiude qualcosa di più di una biografia. Si spegne una delle ultime grandi personalità del Novecento capaci di attraversare il tempo senza inseguirlo, di innovare senza diventare prodotto, di essere contemporanee senza smettere di essere profonde. Hockney si è spento a 88 anni nella sua casa londinese dopo oltre sessant’anni di attività artistica, lasciando un’eredità che attraversa la pittura, la fotografia, il teatro, il digitale e perfino l’iPad, che aveva trasformato in uno strumento poetico quando molti lo consideravano soltanto un gadget tecnologico. (The Guardian)
Eppure la sua scomparsa suscita una sensazione che va oltre il cordoglio.
La sensazione è quella di assistere alla progressiva uscita di scena di una generazione irripetibile.
Una generazione che comprendeva artisti, scrittori, registi, attori, musicisti, intellettuali e pensatori capaci di costruire visioni prima ancora che contenuti. Persone che non occupavano semplicemente uno spazio nel dibattito pubblico: contribuivano a creare l’orizzonte dentro cui quel dibattito prendeva forma.
David Hockney apparteneva a questa stirpe.











