Esco dal portone del palazzo e mi trovo su un marciapiede incandescente, l’asfalto è ammorbido dal calore, di fronte quattro corsie di traffico automobilistico, aria irrespirabile: a cosa mi serve un marciapiede in queste circostanze? Un tempo da ambedue i lati di questa strada c’erano gli alberi, creature meravigliose e mitologiche, con tutto quello che porta un’alberatura stradale: assorbimento di energia solare da parte delle superfici artificiali, diminuzione delle temperature dell’aria attraverso l’evaporazione, ombra, assorbimento dell’inquinamento atmosferico e riduzione del rumore, mitigazione del deflusso delle acque piovane, stoccaggio del carbonio. E poi sono belle: quanto vale la bellezza?
Vorrei raggiungere la fermata dell’autobus, ma non posso permettermi di arrivare troppo in anticipo: stare ferma sotto il sole per strada è quasi impossibile senza sentirsi male. Diverso sarebbe se potessi camminare su marciapiedi ombreggiati da verde pubblico, se esistesse una pensilina, se questa pensilina fosse coperta di vegetazione. Salgo sul bus e raggiungo la mia meta. Tra la fermata e la destinazione cemento e asfaltato, mi manca l’aria, il vento caldo mi fa barcollare, il sole arriva alla mia pelle come migliaia di spilli. Gli occhi sono accecati dalla luce riflessa sulla pavimentazione. C’è un tiglio, da solo: lo raggiungo a balzi disperati. Lì cambia tutto: non soltanto gli occhi possono aprirsi, non solo la pelle non brucia, non solo la temperatura sembra sopportabile, sotto il tiglio c’è aria, aria respirabile per la sua temperatura e per la sua qualità. Quel tiglio pervicace, che rigoglia sfrontato di un verde profondo in mezzo alla desolazione inerte, compie miracoli col suo solo esistere: la grazia, la bellezza e la generosità di quell’albero mi commuovono. O forse è sudore degli occhi.















