Anche chi segue da lontano il Palio di Siena e le vicissitudini ad esso legate si sarà fatto l’idea di una “creatura” viva eppure tenacemente legata alle proprie consuetudini, codificate dagli uomini e dal tempo, indispensabili per mantenerlo in vita nonostante venga fatto parecchio, sia sul tufo sia in altre “stanze”, per sabotarlo. C’è chi lo fa anche involontariamente (e allora il dolo o la negligenza andrebbero caricate su chi glielo permette) e stavolta succede all’artista rumena Teodora Axente, incaricata di realizzare il drappellone di questo agosto 2026. A un grande “cencio” (in gergo così chiamato il palio) viene chiesto di tenere insieme il sacro (perché ogni volta è dedicato alla Madonna: a quella di Provenzano il 2 luglio, all’Assunta il 16 agosto), il popolo e la città. Con un trattamento di riguardo al protagonista indiscusso e più amato, il cavallo. All’artista viene lasciata libertà espressiva, ma deve ricordare che si confronta con un oggetto che è insieme simbolo religioso, emblema civico, memoria storica e patrimonio identitario delle Contrade.
Per questo motivo l’originalità non può diventare fine a se stessa, né la ricerca stilistica può prevalere sul dovere di comunicare con chiarezza l'anima della festa. Se il cencio è un supporto da galleria d’arte contemporanea su cui calare, in maniera autoreferenziale, il proprio armamentario di ossessioni formali e linguaggi metamorfici, allora la sperimentazione diventa un azzardo sguaiato. E fallito. L’opera della Axente è un fiasco proprio nella traduzione di questi elementi simbolici nel linguaggio richiesto dalla sensibilità della città, già interdetta per il palio di luglio firmato da Ismaele Nones. Il cavallo è sparito, le contrade appaiono entità surreali e impersonali. Ma il punto di rottura più sconcertante risiede proprio nella figura apicale del dipinto, la Madonna. Nella cupezza della cromia complessiva (mentre Siena è anima e colori), la Vergine, che per il popolo senese è Advocata e madre protettrice, appare priva di ogni grazia e dolcezza mariana. Le fattezze del volto risultano fortemente mascolinizzate, rigide e quasi androgine. Siamo al Palio gender e questa proprio non ce l’aspettavamo. “È un Madonno”, dicono a Siena, ma vanno anche oltre, con ferocia toscana: “Pare un omo”, che nel senese quotidiano vuol dire maschio senza alcun doppiosenso, ma in questo caso...











