La minaccia iraniana che il mese scorso spinse il Secret Service a organizzare il trasferimento segreto di Donald Trump dall'Air Force One comprendeva il rischio specifico di un attacco con un missile terra-aria contro l'aereo presidenziale e la presenza, nei pressi del summit Nato in Turchia, di una persona con un missile portatile. È quanto scrive il New York Times all’indomani della notizia del “fuoriprogramma” per il rientro del presidente Usa a Washington da Ankara il 9 luglio scorso.
Secondo le fonti, l'intelligence americana raccolse diverse informazioni convergenti considerate sufficientemente credibili. Inoltre, secondo le due fonti citate dal Nyt, gli iraniani conoscevano inoltre esattamente il luogo in cui Trump alloggiava ad Ankara, compreso il piano dell'edificio nel quale si trovava.
“Ho seguito le indicazioni del Secret Service”, è stata la risposta del tycoon a chi gli chiedeva, di rietro dall’Ohio, dell’operazione. “Ricevo molte minacce. Molte minacce di cui non siete a conoscenza. Chiunque abbia un ruolo di peso deve affrontarle. Solo chi non conta nulla non viene minacciato", ha poi aggiunto.
E si aggiungono dettagi anche sulle presenze a bordo del velivolo ufficiale che rimase in viaggio come “diversivo” nell’ipotesi della minaccia di un attentato: oltre a doversi giornalisti ammessi, a bordo dell’Air Force One erano presenti anche il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent, il principale consigliere dell’amministrazione per la politica interna Stephen Miller e il direttore della comunicazione della Casa Bianca Steven Cheung. Solo Rubio sarebbe stato a conoscenza dell’operazione di “esfiltrazione” del presidente dal volo ufficiale.











