C’è una domanda che il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a mancare. Non «è una bolla?» – lo è. È: quando la bolla si sgonfia, cosa resta a terra e di chi è. Perché lascia due cose molto diverse. Un’infrastruttura fisica – data center, energia, chip – che è un bene generico: come la fibra ottica e le ferrovie, sopravvive al fallimento di chi l’ha costruita e passa, a prezzo di saldo, a chi arriva dopo. E dei modelli – Claude, GPT, Gemini – che generici non sono affatto e che nessun crollo mette in vendita. Su questa asimmetria si decide tutto: chi si prende il valore e chi resta inquilino per sempre.
Che la corsa sia una bolla non è più un sospetto: è aritmetica. Tra il novembre 2022 e il luglio 2026 la capitalizzazione delle società del settore è cresciuta di 27.000 miliardi di dollari, mentre il valore attuale dei profitti che quella tecnologia può ragionevolmente generare ne vale, secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa 9.000: diciottomila miliardi di distanza tra ciò che il mercato ha prezzato e ciò che lo giustifica. Lo S&P 500 quota 27 volte gli utili, come alla vigilia del crollo delle dot-com, e sette società pesano un terzo dell’indice. Non è un mercato che scommette su un settore: è un settore diventato il mercato. Quando lo scarto si chiuderà – e questi boom si sono sempre chiusi – il conto non lo pagherà solo Wall Street, ma il fondo pensione che detiene quegli indici, l’assicurazione sul tuo Tfr, il risparmiatore che non ha mai scelto di scommettere. L’euforia si concentra in alto; il rischio si redistribuisce in basso. Come sempre.






