Valter Lavitola è un uomo spregiudicato. Ha «gestito la “compravendita dei senatori” per far cadere il governo Prodi e la vicenda della casa di Montecarlo per neutralizzare politicamente Gianfranco Fini». E quando si è ritrovato accusato di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci ha cercato di «depistare», sviare, ingannare un po’ tutti. Fornendo versioni diverse e “di comodo” ai magistrati, ai carabinieri, ai suoi interlocutori e pure all’amico conduttore di Report. È la tesi che si ritrova nelle carte dell’inchiesta della procura di Roma, dove sono elencate le contraddizioni del faccendiere, il suo tentativo di «confezionare» alibi, le sue insinuazioni - «Si dirà che Ranucci si è fatto l’attentato da solo? Chi ci crede che l’ho fatto io? Tanto vale che diciamo che l’abbiamo preparato insieme» - e le sue minacce velate indirizzate all’amico: «Se smetterà di difendermi, dovrò attaccare un mio fratello?». Oggi Lavitola, arrestato nel pomeriggio di lunedì, comparirà davanti al giudice in una saletta di Rebibbia per l’interrogatorio di garanzia. E gli inquirenti sono convinti che il ristoratore con ambizioni politiche abbia orchestrato l’attentato al volto di RaiTre per accrescere la sua popolarità e il suo consenso in vista delle elezioni del 2027. Voleva che Ranucci si candidasse e che diventasse premier.
Lavitola, i depistaggi e le minacce al giornalista: “Se non mi difende, dovrò attaccare?”
Nelle carte le incongruenze e le insinuazioni di Lavitola: oggi sarà sentito dal gip in carcere













