Lo sport di resistenza non è quasi mai soltanto una questione di performance. Il triathlon, l’endurance e perfino l’Ironman spesso diventano anche un modo per affrontare la vita. Così è stato per Alessandra Fior, che ha saputo rinascere proprio quando tutto sembrava crollare: una diagnosi di tumore al seno, la solitudine del lockdown, la perdita del controllo sul proprio corpo. Oggi la triatleta classe 1979 e ambassador Airc racconta quella traversata personale con la stessa lucidità con cui affronta una gara di lunga distanza e che ha incantato il pubblico dello Sport Business Forum a Belluno.

Quasi per caso, inizia a praticare prima la corsa, poi il nuoto e, infine, la bici dopo la nascita del figlio Filippo Maria nel 2009. Quindi, unisce le tre discipline nel triathlon e nel 2016 si iscrive a due competizioni brevi, un super sprint a Vittorio Veneto e uno sprint a Lignano, dove vince subito i due titoli di campionessa regionale di categoria. Pensa ad allungare e, in sei mesi, prepara il suo primo Ironman, composto da 3,8 km di nuoto, 180 km di bici e 42,2 km di corsa, che chiude a Cervia in 11 ore e un quarto.

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Qualcosa di irraggiungibile

“Ho sempre visto l'Ironman come qualcosa di irraggiungibile” ammette. “È stato grazie a coach Fabio Vedana della DDS di Milano se ho preso confidenza con un mondo che consideravo lontanissimo e che invece ho subito sentito molto mio”. Un’esperienza che le fornisce strumenti e strategie destinati a rivelarsi fondamentali. In molti considerano lo sport di endurance metafora di molte sfide della vita e se ne servono per superare ricordi dolorosi o momenti difficili. “Anche a me è capitato di trovare negli insegnamenti dello sport delle chiavi preziose per la vita quotidiana, quella dove non hai un coach Vedana accanto a te”.