di

Federico Rampini

Trump ha rilanciato la dottrina egemonica sulla regione

Per capire l’America Latina bisogna cominciare dagli Stati Uniti, ma non fermarsi lì. Donald Trump ha riportato in auge una tradizione geopolitica: trattare l’emisfero occidentale come una zona nella quale Washington non accetta potenze rivali. La Dottrina Monroe del 1823 nasceva con un significato emancipatore: intimava agli imperi europei di non tentare nuove colonizzazioni nelle Americhe. Ottant’anni dopo Theodore Roosevelt ne diede una lettura molto più muscolare. Il suo «Corollario» del 1904 rivendicava per gli Stati Uniti, in casi estremi, una funzione di polizia internazionale nel continente. La versione trumpiana è stata ribattezzata «Dottrina Donroe». Dal Canale di Panama al Venezuela, dalla pressione sul Messico contro i narcos fino alle minacce rivolte alla Colombia, Trump vuole riaffermare che le Americhe sono il proprio spazio strategico prioritario. Marco Rubio, segretario di Stato e principale architetto di questa politica, lo ha detto: Washington non intende consentire che l’emisfero diventi una base operativa per narcotrafficanti, cinesi, russi, o Hezbollah.

È un ritorno all’antico. L’elenco delle ingerenze americane attraversa presidenti democratici e repubblicani: la tentata invasione anti-Castro nella Baia dei Porci sotto Kennedy (1961), l’appoggio ai golpe anticomunisti durante la Guerra fredda, Grenada con Reagan, Panama con Bush padre. L’operazione che ha rovesciato Maduro si inserisce in questa storia. Trump rivendica apertamente ciò che altri presidenti spesso nascondevano dietro formule diplomatiche: l’interesse nazionale americano viene prima della sovranità altrui quando Washington ritiene minacciata la sicurezza nel proprio «cortile di casa».