“A questo punto mi viene il dubbio che De André sia diventato una specie di ‘santino nazionale’: quello che ascoltiamo tutti, celebriamo tutti, citiamo tutti, purché nessuno si azzardi a ricordare cosa diceva realmente”. Le parole di Alice De Andrè pongono un tema centrale. Quello dei contenuti, delle scelte, delle fratture che alcuni hanno scelto di vivere, che hanno creato con la loro vita e il loro percorso artistico, culturale e politico.
Contenuti e scelte che o vengono demonizzate, o consegnate all’oblio – penso alla figura di Enrico Berlinguer – oppure, ed è il percorso più subdolo e sicuro, vengo banalizzate, edulcorate fino a sparire, sovrastate dalla banalità del “santino nazionale” come è accaduto per Falcone, Borsellino o per Maria Grazia Cutuli.
Quando Faber è cominciato ad entrare nelle scuole, con dirigenti scolastici e professori che riducevano la sua vita, la sua poetica a una serie di luoghi comuni sulle note di Marinella, ho pensato che anche per lui era giunta l’accettazione collettiva, che lo aveva deformato sino a trasformarlo in altro. Il pericolo è che questo avvenga – sta forse già avvenendo – con Francesco Guccini.
Dori Ghezzi rispondendo alla nipote di Fabrizio De Andrè ha usato, nel sentivo di tacitarla, il più banale dei luoghi comuni: “lei non lo ha conosciuto”. Come se conoscere fisicamente una persona, per di più il proprio nonno, sia un requisito essenziale per comprendere il messaggio che ha lasciato, la sua testimonianza di vita. Con il metro usato da Dori Ghezzi, non potremmo mai comprendere il messaggio di Gramsci, oppure quello di Don Milani, valutare le scelte di Benedetto Croce o di Don Sturzo, perché fisicamente non li abbiamo conosciuti.










