Uno è a Rebibbia, l’altro — almeno secondo l’ultima traccia lasciata agli investigatori — a migliaia di chilometri di distanza, in Camerun. “Figlio mio”, lo chiamava Valter Lavitola. “Per me sei come un padre”, gli rispondeva Clesio Tavares Gomes. Ora, mentre per domani alle 12 nel carcere romano è fissato l’interrogatorio di garanzia dell’ex direttore dell’Avanti!, la procura di Roma ha iniziato la trafila per riportare in Italia il suo uomo di fiducia: l’uomo che avrebbe fatto da cerniera tra Lavitola e il gruppo incaricato di piazzare la bomba davanti alla casa di Sigfrido Ranucci.

Un legame “parafamiliare”

Padre e figlio. Così si parlavano nelle conversazioni finite nell’inchiesta e così, secondo il giudice, era diventato negli anni il loro rapporto: “para-familiare”, fondato su un “patto di reciproca fiducia ed alleanza”, nata nel lontano 2015 durante una comune detenzione a Secondigliano. Un legame che adesso corre lungo due binari opposti. Lavitola è in carcere e domani comparirà davanti al gip per la prima volta dopo l’arresto. Tavares, invece, deve ancora essere raggiunto: l’ordinanza cautelare viene tradotta in francese e inglese per avviare, attraverso la Procura generale e i canali ministeriali e diplomatici, la procedura di estradizione verso il Camerun.