Il primo davanti ai magistrati si è avvalso della facoltà di non rispondere, facendo però dichiarazioni spontanee, il secondo ha invece deciso di restare in Camerun, evitando così ogni interlocuzione con i pubblici ministeri. Ma Valter Lavitola e il suo tuttofare, Gomes Clesio Tavares, indagati rispettivamente come mandante e come intermediario con gli esecutori materiali in relazione all'attentato dinamitardo in danno del giornalista Sigfrido Ranucci, subito dopo la perquisizione a carico dell'imprenditore hanno iniziato una sorta di botta e risposta pubblico, tramite interviste rilasciate in televisione e sui giornali.

Parole che non sono passate inosservate agli inquirenti e che entrano nell'inchiesta: il sospetto è che possano fare parte di una strategia di depistaggio o di comunicazione coordinata, tra loro e anche con terzi. Le dichiarazioni L'ex direttore dell'Avanti! dopo l'arresto degli esecutori materiali, avvenuto il 30 giugno, ha comprato un biglietto aereo per l'Africa e i carabinieri hanno deciso di fare scattare la perquisizione il 4 luglio, quando hanno visto che era diretto a Fiumicino. Lavitola ha respinto con forza l'accusa di essere il mandante dell'attentato, sottolineando il profondo legame di amicizia che lo unisce a Ranucci, che si è incrinato - emerge anche questo da dichiarazioni pubbliche - quando il giornalista non si è detto assolutamente certo del fatto che Lavitola fosse innocente: «Se l'ha fatto non voleva farmi del male, ne sono certo», ha detto Ranucci.Per quanto riguarda Tavares, volato in Africa subito dopo l'attentato, l'ex editore - che secondo gli inquirenti avrebbe organizzato il viaggio - ha detto: «Gomes Clesio Tavares non c'entra nulla, per me è come un figlio. Non è scappato, è andato in Camerun per seguire un progetto sui carbon credits per conto mio». Affermazioni con cui Lavitola non solo ha cercato di scagionare Tavares dal ruolo di intermediario con gli esecutori materiali dell'attentato, ma che hanno anche fornito una giustificazione per la permanenza all'estero e per il suo stesso viaggio, interrotto dalla perquisizione. In una prima intervista aveva assicurato: «Mi ha detto che tornerà». Dopo poco, sempre via intervista, è arrivata la risposta di Tavares: «Per me Lavitola è come un padre, non so neanche dove sta la casa di Ranucci, torno dal Camerun».In un colloquio successivo, l'imprenditore ha detto: «Non so se sperare che torni o non torni». E ancora: «Ho fatto una videoconferenza con Gomes, gli ho mandato l'ordinanza, anche se l'avvocato me l'ha proibito. Se la bomba l'ha messa lui, l'ho messa anche io». E due giorni fa, ai microfoni del Tg1, Tavares ha detto di avere effettivamente cambiato idea: «Avevo già preso pure il biglietto, però ho parlato con il legale locale, mi ha detto: Visto come stanno le cose forse non ti lasciano ritornare qui in Camerun. E io adesso sto facendo un lavoro che non posso fermare». E ancora: «Lavitola mi ha scritto che è meglio che non ci sentiamo più».Adesso i magistrati e i carabinieri del Nucleo investigativo stanno analizzando questa sequenza di esternazioni. L'ex editore, definendo Tavares «come un figlio» e derubricando quella che gli inquirenti considerano una fuga all'estero come una normale trasferta lavorativa, da lui commissionata, potrebbe aver lanciato un messaggio di rassicurazione al collaboratore. Una delle ultime dichiarazioni dell'imprenditore, pubblicata dal quotidiano Domani, sembra invece un avvertimento: «Gli inquirenti credono che io abbia voluto aiutare Sigfrido, ma farò fare delle indagini difensive. Io ho capito com'è andata la vicenda, per tre quarti, ma non lo voglio dire agli inquirenti perché ci devono arrivare da soli».Figura centrale La figura di Tavares è fondamentale nell'indagine: sarebbe lui ad avere contattato la banda di avellinesi accusata di avere materialmente piazzato la bomba. Conosceva bene gli arrestati - ha detto di essere il padrino del figlio di uno di loro - e l'auto della sua compagna sarebbe stata utilizzata per effettuare sopralluoghi sotto casa del giornalista prima dell'attentato. Intanto Marika De Filippis, l'unica componente della banda avellinese che si trova ai domiciliari, ieri si è infatti avvalsa della facoltà di non rispondere nel corso dell'interrogatorio davanti al pm Edoardo De Santis.