Caricamento player
Venerdì scorso, nella sede della Lega di via Bellerio a Milano, una parte consistente dei dirigenti lombardi ha chiesto al segretario federale Matteo Salvini di farsi da parte lasciando la guida del partito, ritenendolo responsabile del calo di consensi degli ultimi anni e della disaffezione nei confronti della Lega anche in province storicamente leghiste come Bergamo, Brescia e Varese.
I dirigenti sono intervenuti durante una riunione del direttivo lombardo che era stata convocata dallo stesso Salvini, cosa che non fa quasi mai, per provare a chiarire i motivi del malcontento ormai evidente e per annunciare l’intenzione di rinnovare la dirigenza in vista del raduno annuale della Lega a Pontida che dagli anni Novanta funziona come una sorta di momento di verifica interna.
La leadership di Matteo Salvini è considerata da anni piuttosto debole, e alcune vicende recenti – come quelle che hanno portato all’uscita di Roberto Vannacci – hanno aumentato la percezione di un leader con scarsa visione strategica, poco acume tattico, e una scarsa capacità di controllare il suo stesso movimento. Finora Salvini era riuscito a gestire il dissenso interno grazie alla struttura gerarchica del partito, e in particolare del consiglio federale, il più importante organo direttivo della Lega, composto per la maggior parte da dirigenti a lui vicini.












