di
Fabio Paravisi
La cristi del partito, duri interventi dei dirigenti storici della Bergamasca come Belotti e Sala: all'orizzonte il raduno del 20 settembre, con sempre meno persone disponibili a organizzarlo
Sarà colpa del caldo, ma sembra che le parole «Salvini premier», nel nome della Lega, stiano per scollarsi. Il partito si dibatte in un momento difficile, e la causa, secondo diversi dirigenti, sarebbe proprio della gestione Salvini. Lo si è visto venerdì, nelle quattro ore e mezza del direttivo regionale. «Se andasse tutto bene — ha riconosciuto il segretario lombardo Massimiliano Romeo — non avremmo fatto un direttivo il 7 agosto». Su una trentina di persone che si sono alzate a parlare, raccontano i presenti, sono stati in maggioranza quelli che hanno chiesto «un passo di lato» del segretario federale. Cioè le dimissioni o un cambio di ruolo. E se Salvini aveva chiesto che niente di quello che era stato detto uscisse sui giornali, sono stati poi in molti a raccontare. A partire proprio da lui, che in un comunicato ha riassunto la giornata dicendo che secondo le richieste la Lega dovrà tornare a essere un partito «di lotta, più duro anche al governo».
Tra chi ha chiesto le dimissioni c’era un esponente storico della Lega bergamasca come Daniele Belotti: «L’esempio — ha detto — è quello di Bossi nel 2012, disse che se ne andava per salvare la Lega. E di Maroni, che di fronte a sondaggi a picco si dimise per fare posto a Salvini. Il concetto è: farsi da parte come singolo per salvare il movimento». Critiche sono arrivate anche dal segretario provinciale Fabrizio Sala, in linea con i colleghi di Brescia e Varese. Sala, dopo avere ringraziato della «possibilità di parlare liberamente», ha offerto una «fotografia della situazione in provincia», aggiungendo che «se si va avanti così la Lega andrà a sbattere, con una debacle a livello di voto che rischia di distruggere la struttura del movimento. Si è molto deteriorata l’immagine del partito e quindi anche quella del segretario federale».











