L’investimento dell’amministrazione americana in una grossa società estrattiva australiana manda in orbita il titolo in Borsa. Segno che anche per il mercato è tempo di porre fine al monopolio cinese sui minerali critici. Il precedente del Sol Levante
Prosegue senza sosta l’azione dell’amministrazione americana per tentare di sgretolare il monopolio cinese sui minerali critici, che tra estrazione e raffinazione copre fino al 90% dell’intera industria. La filosofia del modello americano è chiara e nota: chi è ricco di terre rare deve cominciare a tirarsele fuori da sé, come sta facendo per esempio il Giappone. Chi non ne ha deve affrettarsi a tessere una fitta rete di accordi bilaterali con tutti quei Paesi ben forniti di miniere ma fuori dall’orbita del Dragone. In altre parole, mettere un piede in ecosistemi ricchi di materie prime.
Un copione che Washington ha messo in atto con il Brasile, secondo detentore al mondo di terre rare. E anche con l’Australia, dove il governo americano ha bussato alla porta della società di estrazione Sunrise Energy Metals, con un investimento da 400 milioni di dollari. Evidentemente nella Terra dei canguri non aspettavano altro. Le azioni della società hanno registrato subito dopo l’annuncio del blitz del dipartimento americano della Difesa, un’impennata fino al 29% chiudendo a 18,49 dollari australiani ad azione. Proprio dopo che l’azienda si è assicurata un investimento di 400 milioni di dollari in finanziamenti a lungo termine dagli Stati Uniti per sostenere lo sviluppo della prima miniera primaria di scandio al mondo.








