Essere contro l’Europa è diventato di sinistra? Tra le pieghe del dibattito politico di questi giorni, tra governi che bisticciano sui confini del patto di Schengen, capi di governo che litigano sui trattati di Dublino, politica migratoria in ostaggio di leader preoccupati dal proprio consenso in tutta l’Europa, c’è un tema che da qualche mese vive sottotraccia negli equilibri tra i partiti e tra le coalizioni. C’è stato un tempo, non molto remoto, durante il quale il campo progressista era solito utilizzare la distanza della destra dall’Europa per certificare la sua pericolosità e la sua impresentabilità. Lo schema era collaudato: più la destra esercitava il suo scetticismo verso l’Europa, più era facile per i suoi avversari trovare argomenti per mostrare la propria indiscutibile superiorità morale. Oggi gli avversari della destra, in Italia, sembrano avere qualche difficoltà a utilizzare quello schema collaudato. E la ragione è semplice. La sinistra italiana, su molti dossier, è diventata una pecora nera in Europa. E la sua distanza dalle politiche dell’Unione europea si è prodotta in una stagione in cui la destra di governo, un tempo poco europeista, si è avvicinata non solo all’Europa su diversi dossier, ma in molti casi anche alle posizioni dei socialisti europei, come dimostra il rapporto speciale costruito dal capo del governo italiano, di destra, con il capo del governo danese, di sinistra, anche ieri allineati per “difendere l’Europa dall’immigrazione incontrollata”. Il risultato di questo cortocircuito è interessante: la difesa dell’Europa, oggi, per la sinistra, non è più granitica, non è più a prescindere, va contestualizzata. E su un numero crescente di dossier una parte del campo progressista tende a vedere nell’Europa non più un alleato naturale con cui costruire un’alternativa alla destra, ma un vincolo da contestare quando le sue politiche si allontanano da quelle della sinistra italiana. Vale su molti ambiti, come quello dell’immigrazione. All’interno dell’Unione europea, il Patto sulla migrazione e l’asilo è stato approvato anche grazie al sostegno decisivo dei socialisti europei, così come è stato sostenuto dal partito di Meloni e da Forza Italia, per provare a integrare solidarietà e responsabilità nella gestione dei confini.Dopo il Patto, poi, l’Europa si è spinta ancora più avanti: ha lavorato a un sistema comune dei rimpatri che contempla anche centri di rimpatrio in paesi terzi e ha approvato una lista europea dei paesi di origine sicuri. Un meccanismo di gestione delle frontiere esterne più duro rispetto a quello di ieri. La decisione della Germania di riprendere i trasferimenti di Dublino, ha giustamente ricordato il nostro David Carretta, non è legata al caso Ceuta-Schengen, ma è conseguenza di un accordo concluso da Piantedosi nel quadro del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. Risultato: i socialisti europei hanno sostenuto questa direzione, la sinistra italiana in larga parte no; la destra italiana, Salvini a parte, sì. E la stessa sinistra che oggi chiede a Meloni di rispettare gli accordi con la Germania su Dublino era contraria a quegli accordi, previsti nel Patto sulla migrazione e l’asilo. Ma la stessa scena si può vedere su altri dossier importanti. Il dibattito sulle spese militari, in fondo, è parte di questa storia e nasce all’interno di questo nuovo equilibrio, che vede la destra italiana più allineata ai partiti socialisti europei di quanto non lo sia la sinistra italiana. Nell’Unione europea, tanto per dirne una, il campo progressista tende a considerare la minaccia di Putin non come un’invenzione della lobby delle armi, ma come qualcosa di concreto. E, per quanto la corsa alle spese militari non sia ancora all’altezza di ciò che prevedono i parametri della Nato, il punto non è se sia giusto o no armarsi per difendersi dalla minaccia russa, come avviene nel dibattito italiano, ma quando, come e per fare cosa. La destra italiana, sulla difesa della sicurezza di fronte alla minaccia russa, è più europeista della sinistra che per una vita ha fatto della vicinanza all’Europa un bollino di presentabilità. Lo stesso discorso vale per il Patto di stabilità europeo, che mantiene i riferimenti del 3 per cento di deficit e del 60 per cento di debito e impone percorsi pluriennali di rientro. La sinistra, che chiede alla destra in Italia più rigore nei giorni dispari, mentre in quelli pari la accusa di austerità, continua a contestare regole che il governo Meloni ha invece accettato e dentro le quali ha costruito la propria politica di bilancio. Il nuovo Patto, del resto, è figlio di una maggioranza europea che comprende popolari, socialisti, liberali e conservatori. Stessa storia sul fondo Safe. Safe è ormai uno strumento usato da due terzi dell’Unione. Diciannove paesi hanno presentato i loro piani, esaurendo i 150 miliardi disponibili, e per 18 il Consiglio Ue ha già autorizzato i finanziamenti. In Italia Forza Italia e Fratelli d’Italia lo vogliono, la Lega no, mentre M5s e Avs sono contrari e il Pd è costretto a cercare un equilibrio tra la propria tradizione europeista e l’alleanza con Conte e Fratoianni. E non c’è solo Safe: 18 paesi su 27, esattamente due terzi dell’Unione, hanno già ottenuto l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per aumentare la spesa per la difesa. Insomma: quello che in Italia viene raccontato come un cedimento al militarismo è diventato in Europa una politica largamente maggioritaria.La stessa scena si può vedere sui temi ambientali. La Commissione, nel marzo 2026, ha presentato una strategia specifica per portare i primi Smr europei, gli Small Modular Reactors, in funzione all’inizio degli anni Trenta: stima circa 241 miliardi di euro di investimenti nel nucleare entro il 2050, senza contare gli investimenti ulteriori negli Smr e nelle tecnologie avanzate. M5s e Avs sono contrari, il Pd di Schlein ha contestato il ritorno al nucleare, la destra italiana è favorevole. Risultato: su un altro grande tabù ambientalista Bruxelles si muove in una direzione molto più vicina al centrodestra italiano che alla sinistra del campo largo. Qualcosa di simile sta avvenendo sull’auto. La Commissione ha rimesso mano persino al tabù dello stop totale alle auto termiche dal 2035, proponendo di sostituire l’obiettivo del 100 per cento di riduzione delle emissioni allo scarico con un obiettivo del 90 per cento, accompagnato da meccanismi di compensazione e da una maggiore neutralità tecnologica. E lo stesso sta facendo sulla regolazione ambientale delle imprese: meno obblighi, meno burocrazia, più competitività. La sinistra italiana continua così a difendere alcuni pezzi dell’Europa regolatoria del vecchio Green deal proprio mentre Bruxelles prova ad alleggerirli.Una scena simile, ancora, è quella che si vede sugli accordi commerciali: l’Unione europea ha firmato l’accordo con il Mercosur il 17 gennaio 2026 e l’accordo commerciale interinale si applica provvisoriamente dal primo maggio 2026. Pd a favore, certo, ma M5s e Avs sono contrari, mentre Meloni, anche su questo punto, è perfettamente in linea non solo con la destra moderata europea ma anche con i socialisti europei. Il fatto politico c’è. L’Unione europea oggi è più concentrata su sicurezza, difesa, controllo dell’immigrazione, competitività e semplificazione ed è meno identificabile con l’Europa del Green deal della legislatura precedente. La sinistra italiana, che per anni ha trasformato l’adesione alle politiche dell’Unione europea nel sigillo della propria presentabilità, oggi si ritrova distante dall’Europa su molte delle partite che contano. E’ questo in fondo il paradosso nuovo: la sinistra italiana continua a presentare Meloni come un pericolo per l’Europa, ma su un numero crescente di dossier la contesta proprio perché Meloni segue l’Europa. Sull’europeismo, a parole, la sinistra predica bene, immaginando di volere un’Europa più sovrana, più grande, con meno inefficienze e più poteri per chi comanda. Ma sull’europeismo dei fatti, quello quotidiano, delle scelte concrete, un nuovo tema s’avanza: a essere la pecora nera in Europa è la destra italiana o la sinistra italiana?