C’è una domanda che mi viene in mente ogni volta che leggo l’ennesimo articolo nel quale il Partito democratico viene descritto come morto, moribondo, inconsistente, privo di organizzazione, senza più un popolo e destinato, prima o poi, a dissolversi. La domanda è: sulla base di quali indicatori?
Lo chiedo sul serio, perché possiamo discutere per ore della linea politica del Pd, delle scelte della sua segreteria, dei rapporti con gli alleati, della capacità o meno di costruire un programma riconoscibile e perfino della qualità dei suoi dirigenti — ci mancherebbe — ma se da un giudizio sulla direzione politica passiamo direttamente alla diagnosi sull’esistenza del partito, allora qualche dato bisognerà pure guardarlo. E soprattutto bisognerebbe evitare di confondere due cose che non sono affatto la stessa cosa: la direzione di un partito e il partito.
È forse questo l’errore di prospettiva più grande che può commettere chi la politica organizzata non la frequenta più, o la osserva prevalentemente dai giornali, dai talk show, dai palazzi o dal proprio tinello: immaginare che il Pd coincida con la sua segretaria, con la segreteria nazionale, con i parlamentari più conosciuti, con i dirigenti che rilasciano interviste e con il consueto repertorio di retroscena sulle correnti.








