Questo matrimonio non s’ha da fare ne domani ne mai, verrebbe da dire manzonianamente. La trattativa in corso per l’acquisto da parte del PD della testata de L’Unità presenta davvero troppe criticità. Che senso ha per un partito ancora alle prese con un difficile percorso identitario, alla vigilia di una spigolosissima campagna elettorale, dove saranno in azione super potenze globali della comunicazione che già si stanno facendo sentire sulla rete, legarsi ad una testata tanto gloriosa quanto imprescindibile dalla sua storia?

Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, come ancora si legge sotto la testata, proprio per la sua aura storica è riuscito a passare pressoché indenne persino attraverso la devastante stagione della gerenza Romeo/Sansonetti che ha visto volteggiare sulle sue pagine i titoli più eccentrici e politicamente avventurosi.

Al netto di quell’esperienza davvero umiliante per un tale pezzo della tradizione del movimento operaio del secolo scorso, l’Unità rimane quella scuola straordinaria di giornalismo che ha inventato quello stretto crinale fra professione e ideologia percorso da tanti giovani diventati colonne del sistema informativo nazionale.

Non una coincidenza o un’imprevedibile gioco del destino, ma esattamente lo sbocco di quel disegno pensato da Togliatti e perfettamente adattato da personalità quali Ingrao, Tortorella, Chiaramonte, Macaluso, Reichlein, e poi Veltroni, D’Alema, Foa. Insomma giganti e normotipi del giornalismo politico che sono sempre riusciti a realizzare un perfetto mix fra informazione, formazione e promozione.