A Washington sembrano applicare una tara abbastanza corposa alle parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu, dopo che ha chiarito in modo inequivocabile la sua posizione contraria al piano per Gaza in 15 punti elaborato dal Board of Peace (BoP) di emanazione trumpiana. Nikolai Mladenov, direttore generale del BoP, è stato in Israele la settimana scorsa, ha incontrato Netanyahu e ha rilasciato una generosa intervista al giornalista Amit Segal di Canale12, andata in onda poche ore dopo il gran rifiuto da parte di Bibi (questo il diminutivo ufficiale di Netanyahu) della sua roadmap. L’atteggiamento di Mladenov è stato descritto dai commentatori diplomatici come «piuttosto comprensivo nei confronti di Israele»: ha voluto spiegare al pubblico che non succederà nulla – cioè il ritiro dell’esercito israeliano – senza una «verifica» e prima che vengano compiuti passi concreti e riscontri sul campo. La distanza tra ciò che Netanyahu deve dire agli israeliani e ciò che può permettersi di fare con Trump è compresa e ammessa: «La situazione è sostanzialmente sotto controllo. Ci aspettiamo che il premier dica certe cose per ragioni di politica interna», è il ragionamento, indulgente, che circola tra i funzionari del BoP. L’importante è quello che succede sul terreno, dove Tsahal ha ridotto le operazioni e a Rafah sarebbero già partiti i lavori per un nuovo quartiere destinato a circa 20 mila palestinesi, finanziato con capitali emiratini e autorizzato, secondo fonti israeliane, dallo stesso Netanyahu e dal ministro della Difesa, Israel Katz. In pubblico, però, il governo continua a negare qualsiasi concessione a Gaza finché Hamas non accetterà e completerà il proprio disarmo.
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