Un prologo, cinque atti, 66 scene, 47 personaggi, otto ore di spettacolo in due serate-maratona. A Innsbruck mettono a segno il vero evento dell’estate. Per i primi 50 anni delle meritorie Festwochen der Alten Musik riesumano un titolo mitico come Il pomo d’oro di Antonio Cesti (1668), forse la più lunga opera mai composta, kolossal all’insegna del più ce n’è e meglio è, balocco barocco e anche un po’ baraccone che mette in scena l’Olimpo, gli eroi, le furie, le grazie, i venti, molti animali, un drago sputafuoco, una tartaruga usata come utilitaria e tutti gli Stati dell’impero absburgico, anche con curiose corrispondenze: l’America è un tenore, l’«Hongheria» un baritono e la Boemia un castrato (c’è anche la «Sardigna», soprano). L’opera doveva celebrare a Vienna le consuete nozze semi incestuose fra un Absburgo d’Austria, Leopoldo I, e un’Absburgo di Spagna, l’infanta Margherita Teresa, avvenute però due anni prima. Ma il teatro appositamente costruito non era pronto, l’opera fu riprogrammata per celebrare la nascita di un arciduchino, Ferdinando Venceslao, che però morì subito, così dopo due anni Il pomo d’oro finì per festeggiare il 17° compleanno dell’imperatrice. La quale è poi la bambina al centro delle Meninas di Velázquez, poi sposata a un Kaiser che era contemporaneamente zio e cugino: insieme formarono una coppia felice benché di raccapricciante bruttezza, finché la poverina morì a 21 anni dopo sei gravidanze, tutte finite malissimo. Il pomo è ovviamente quello del giudizio di Paride. Giove finisce per consegnarlo all’imperatrice labbrona dopo alcune centinaia di versi encomiastici. Il librettista, Francesco Sbarra, non poteva conoscere l’immortale massima di Flaiano, «a furia di leccare, qualcosa sulla lingua rimane sempre», ma la applicava benissimo: oggi sarebbe presidente di una partecipata o direttore di tiggì o sovrintendente di un teatro. Un genio del camp, anche con battute folgoranti («Chi è senza contanti non speri contenti»), perfetto per Cesti la cui musica è sempre elegante, spesso bella, e in generale funziona meglio nella commedia che nel dramma. I suoi lamenti, per dire, non hanno la malinconia lancinante di quelli di Cavalli. Ma il temuto sequestro di persona si è subito tramutato in sindrome di Stoccolma. È un’opera di cui ci si innamora perché c’è tutto, tranne la noia. Bisogna anche precisare che due atti, il terzo e il quinto, nella partitura di Vienna sono perduti. Alcuni brani però sono a Modena; quel che mancava è stato ricostruito con altre musiche di Cesti da Ottavio Dantone, che ha anche diretto l’opera, e benissimo, alla testa della sua formidabile Accademia Bizantina. Eccellenti i cantanti, impegnati in vertiginosi cambi d’abito perché ognuno fa due o tre personaggi. Tutti uno più bravo dell’altro, bisogna citare almeno Mauro Borgioni, un Paride perfetto (e accessoriamente anche Hongheria ed Euro), gli ottimi contralti Margherita Maria Sala (Italia, Mercurio e Alceste) e Mathilde Ortscheidt (Ennone), il giovin baritono Giacomo Nanni (Imperio, Giove ed Eolo), la rising star cinese Jiayu Jin (Amore, Ebe e Zeffiro) e uno strepitoso Alberto Allegrezza nella parte della solita vecchia cinica e lubrica. Però l’opera non funzionerebbe così senza la regia deliziosissima di Fabio Ceresa, che veste gli dei con i costumi clamorosi di Giuseppe Palella e gli uomini in abiti contemporanei, fa volare le divinità su nuvolette barocche, mette in scena Trump come Eolo babbeo con tanto di citazione dei magheggi calcistici, trasforma l’Onu absburgico nella finalissima di Miss Mondo, evita il drago ma inserisce diverse drag, diverte perché si diverte e nel finale, quando viene celebrata l’Europa, commuove pure. Qualche amarezza per il becero provincialismo dei teatri nostrani: possibile che per riscoprire un capolavoro scritto in italiano da italiani e interpretato da italiani si debba andare a Innsbruck?
“Il pomo d’oro”, una delizia formato kolossal
A Innsbruck (perchè non in Italia?) riesumata l’opera di Cesti: 8 ore, 47 personaggi e zero noia








