Il verbale dell’udienza in cui Toffanin ha svelato che le cosche di Isola a Verona avevano esplosivi per un attentato alla pm Zanotti
ISOLA CAPO RIZZUTO – C’è un passaggio che più di ogni altro restituisce la misura della pericolosità e del salto di qualità compiuto dal “locale” di ‘ndrangheta di Verona, articolazione veneta delle cosche Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto facente capo alla famiglia Giardino. Non si tratta soltanto di estorsioni, roghi di camion o usura, ma di materiale esplosivo ad alto potenziale destinato a colpire un magistrato. Ne ha parlato in aula, nel processo “Isola Scaligera 2”, il collaboratore di giustizia Nicola Toffanin. Rispondendo alle domande della difesa, il testimone assistito Toffanin ha rivelato la presenza e la vera destinazione d’uso di un arsenale composto da ordigni e dispositivi di innesco a distanza.
Il progetto d’attentato alla pm Zanotti
«Se lei si riferisce eventualmente a tecniche con l’utilizzo di materiali esplosivi, riferito anche eventualmente ai detonatori con i relativi telecomandi che sono stati da noi avuti, trattenuti in persona, quelli avevano un altro utilizzo», ha detto Toffanin, come si legge nel verbale di udienza. Dispositivi non destinati ai consueti raid d’avvertimento contro veicoli o aziende, ma conservati con un preciso obiettivo istituzionale. «Dovevano essere utilizzati in un breve futuro per un’azione intimidatoria ai danni della dottoressa Zanotti». Il riferimento è alla pm Maria Beatrice Zanotti, titolare del fascicolo sulle cosche di ‘ndrangheta nel Veronese quando era in forza alla Dda di Venezia (oggi è in servizio alla Procura minorile di Cagliari).











