Settembre 1983, via Nannetti. Un giovane dai capelli ricci e scuri entra al palasport da uno degli ingressi laterali. Davanti a lui si para un signore con un grembiulone nero e le mani appoggiate sui fianchi. "Giovane, dove credi di andare?". E’ Amato Andalò, custode e anima del palasport di Bologna. "Veramente – la replica – sarei l’assistente di Alberto Bucci". L’uomo con il grembiulone nero, scuote la testa, dubbioso. Per fortuna, però, il giovane in questione riesce comunque a raggiungere gli spogliatoi.

Leggenda metropolitana o meno, è la foto dei primi passi di Ettore Messina (nato a Catania il 30 settembre 1959) a Bologna, come vice allenatore di una Virtus che, di lì a pochi mesi, sarebbe diventata campione d’Italia conquistando, al palazzone di San Siro (poi crollato), lo scudetto della stella. Messina, studente modello è, giudizio suo, un giocatore scarso che presto viene convinto dal paron Tonino Zorzi a cambiare orizzonte.

Non fa canestro come giocatore, Ettore. Ma sa come farli segnare ai suoi ragazzi e a impedirlo ai suoi rivali. Da Mestre alla Virtus, prima Bucci, poi Sandro Gamba, Kreso Cosic e Bob Hill. Il secondo ideale, Messina. Poi, Hill, non rientra dagli States: Ettore a 30 anni diventa capo allenatore della Virtus. Da lì in poi comincia l’avventura che ha i confini della leggenda. La Virtus non ha mai vinto un trofeo europeo? Beh, con Ettore arriva la Coppa delle Coppe. E non è che, dall’altra parte, l’avversario sia così tenero: il Real Madrid. Coppa delle Coppe e Coppa Italia al primo colpo.