Genova – Nei quasi 80 anni di storia della Sampdoria, Claudio Bellucci è una sorta di viaggiatore nel tempo. Ha vissuto più ere del club, in varie vesti: dagli allievi regionali, ai gol in Europa, da tecnico fino alla panchina della prima squadra da collaboratore. Bellucci, si riconosce in questo profilo? «È vero, arrivai da Roma l'anno dello Scudetto. Feci il raccattapalle guardando da vicino Vialli, Mancini e compagnia. Tre anni dopo mi ritrovai in prima squadra: Vialli era appena andato alla Juve, anche se tornava a Bogliasco spessissimo. Ma eravamo ancora competitivi e vincemmo una Coppa Italia». La svolta arrivò con quei 2 gol all'Arsenal, in Coppa delle Coppe 94/95. «Sicuramente. Allo stadio c'erano mia nonna, mia zia e mia mamma. Fu il coronamento dei sacrifici. Feci il primo gol sotto la Nord, mi ritrovai senza maglia sotto la Sud. Girando per Genova la gente iniziò a riconoscermi. Anche se, per togliermi l'etichetta del ragazzino che fa doppietta all'Arsenal, ci ho messo un po'». Nel '96 finì la sua prima vita doriana, ma al Venezia trovò Marotta che, oltre un decennio dopo, la riportò a Genova. «Lì feci 20 gol e conobbi un grande dirigente. Le strade con la Samp si erano divise per varie cose, ma c'era sempre la speranza che mi ricontattassero: Marotta mi richiamò quando ero capitano del Bologna. Lasciare i rossoblù mi spiacque ma non potevo non andare in doppia cifra col Doria. Era l'unica squadra in cui non ci ero riuscito». Cos'era cambiato, e cosa invece era rimasto uguale, a Bogliasco? «Ho ritrovato lo stesso stile. Arrivai con Borea e Arnuzzo, ritornai con Marotta, Paratici e Asmini. Devo ringraziare la famiglia Mantovani, che mi ha costruito, e la famiglia Garrone, che mi ha riportato alla Samp. Andai via da ragazzo e tornai con tre figli, soprattutto al maschio volevo far vedere cosa significasse giocare lì. Lo portavo spesso al campo e alla domenica entrava con me, anche se lui voleva stare in braccio a Cassano». Tornò pure a giocare in Europa. Altro cerchio che si chiudeva. «Soprattutto nel 2008/09 facemmo un bel percorso, superando un girone fortissimo con lo Stoccarda di Mario Gomez e il Siviglia. Ricordo un gol di Bottinelli con una parte del corpo che non si può dire. Poi uscimmo col Metalist, sorpresa del torneo. Come dice Lettera da Amsterdam, era bello viaggiare per l'Europa». Dopo il ritiro, l'avventura in panchina dalle giovanili alla prima squadra. Ricordi? «Ero tornato a Roma, mi chiamò Sagramola: da dirigente della Lodigiani mi aveva ceduto lui alla Samp, di cui nel 2012 era diventato dg. Mi disse che andava a lavorare a casa mia. Accettai subito, tornai a Bogliasco con moglie e figli. Devo ringraziare Zenga che mi ha riportato in prima squadra. Allenare Muriel, Eder, Correa, Soriano, Moisander, Fernando, e Cassano e Palombo, di cui ero stato compagno. La miglior soddisfazione finora in panchina». Come ha vissuto le non conferme di Lombardo, Mancini e Invernizzi? «Andrea lo conosco da quando Roberto lo portava al campo a 4/5 anni, biondissimo, con la maglia di suo padre. Invernizzi mi conosce lui da quando io ero piccolo. Con Attilio ci sentiamo spesso. Penso sia un'azione autolesionista. Bisogna ascoltare la gente quando sta dalla parte di chi porta i risultati. Con Attilio, Andrea e Giovanni non ci sarà mai paragone. Il direttore e l'allenatore che arrivano sono obbligati a vincerle tutte». Lombardo è a un bivio: tornare collaboratore o lasciare. Lei cosa gli consiglia? «Ciò che sceglierà andrà bene, ma Attilio è l'allenatore della Samp ideale. Ha ricompattato un ambiente perso, una possibilità la meritava. Solo lui poteva accettare una situazione del genere. Dopo la salvezza, doveva ripartire e scegliere il suo staff». Da ex bomber, un consiglio per gli acquisti là davanti? «Io prenderei Artistico, uno che gioca con gli occhi iniettati di sangue. Ma bisogna vedere cosa dirà l'algoritmo...».
Bellucci sempre dalla parte della Samp. “Follia non riconfermare Lombardo”
L’ex attaccante e tecnico doriano: “Comprerei Artistico, gioca con gli occhi iniettati di sangue”









