Notte del 1417. Le truppe genovesi in esilio, alleate con i Visconti di Milano, entrano nel Forte di Gavi non con l’assedio ma con il tradimento: il castellano Tommaso de Magistris di Voltaggio apre le porte e la fortezza cade senza colpo ferire. Sembra un episodio da romanzo di cappa e spada, invece è cronaca vera di un territorio che per secoli ha vissuto di alleanze, inganni, passaggi di mano. Si chiama Oltregiogo, dal latino ultra jugum, e il nome dice già tutto: per Genova era la terra al di là del giogo, il valico appenninico – il passo dei Giovi, la Bocchetta, il Turchino – che la Repubblica doveva attraversare con muli e mercanzie per raggiungere la Pianura Padana. Un cuscinetto strategico tra due potenze, Genova e Milano, poi il Regno di Sardegna: terra di confine per definizione, dove il controllo di una valle valeva quanto un trattato.

La fortezza Il Forte di Gavi – a meno di un’ora d’auto da Alessandria – è il punto in cui questa storia torna leggibile. Si raggiunge risalendo una serie di curve strette che si arrampicano sopra il borgo. Costruito a partire dal 1626 su un impianto medievale preesistente, ha attraversato quattro secoli, passando da macchina da guerra a carcere, fino alla chiusura per un restauro durato quattro anni e costato oltre 4 milioni di euro, in parte finanziati dal Pnrr. L’11 luglio scorso ha riaperto con percorsi accessibili (ora ci sono ascensori e servoscala) fin sul Bastione San Tommaso, ricostruzioni sonore delle ronde notturne e persino la vicenda, ricreata con l’Intelligenza Artificiale, della fuga di un ufficiale britannico prigioniero nella fortezza. Sul bastione è stato ripiantato il vigneto storico, curato con i Produttori del Gavi: un dettaglio che racconta il territorio meglio di molte descrizioni, l’arma trasformata in vite. Prima ancora del Forte, questa via di passaggio l’aveva già scritta Roma. A pochi chilometri, sulla riva sinistra dello Scrivia tra Serravalle Scrivia e Arquata, sorgeva Libarna, fondata nel I secolo a. C. lungo la via Postumia, la strada consolare tra Genova e Aquileia. Dopo la costruzione della via, nel 148 a. C. , Libarna crebbe fino a diventare un centro urbano completo – foro, anfiteatro da 7mila posti, terme, domus con pavimenti a mosaico – e raggiunse il massimo splendore tra il I e il II secolo d. C. Poi il declino: con la crisi della via Postumia la città si svuotò e nell’Alto Medioevo la popolazione si spostò verso le fortificazioni più difendibili di Serravalle e Arquata, le stesse che secoli dopo avrebbero dato ragion d’essere al Forte di Gavi. Libarna riemerse solo nell’Ottocento, durante i lavori per la Strada Regia dei Giovi, e oggi si visita gratuitamente: un decimo appena dell’estensione originaria, sufficiente per intuire le dimensioni di una città che, prima del Forte, occupava già questo punto strategico.