BELLUNO - Sospeso. Un po' come Sisifo, il personaggio mitologico costretto a spingere un masso in cima a una rupe; solo che la grande pietra cade in basso poco prima di raggiungere la cima e costringe ogni volta a ricominciare daccapo. Ecco, il Nevegal è così: attaccato a un passato glorioso, fatto di Universiadi, di inverni da tutto esaurito e da estati in cui praticamente mezza Belluno si trasferiva sul Colle; ma incapace di puntare con decisione verso il futuro, con un rilancio più volte annunciato, spesso avviato, ma mai decollato del tutto. La pietra, insomma, cade ogni volta che sta per arrivare in cima, come succede a Sisifo. Lo si vede chiaramente facendo un giro tra i sentieri e il Piazzale, dove si notano vestigia di un passato lontano e aborti di progetti che stentano o non sono mai partiti, come la pista da sci sintetica, una lingua verde plastica che spicca sul Camposcuola e stona nell'immagine complessiva del Nevegal.

Caldo, malghe in crisi: pascoli aridi e animali sotto stress. «Cala la produzione di latte e i formaggi avranno meno sapore»LA PARTE ALTA In un'escursione “formativa” della situazione del Colle, conviene partire dall'alto. Se non altro per fare meno fatica e non rischiare di confondere il fastidio alla vista di certo degrado con il fiatone per il dislivello. In Visentin il vecchio rifugio non merita che poche parole: non per il valore paesaggistico del luogo in cui si trova, affacciato sulla valle del Piave e sullo Schiara da un lato, sulla pianura veneta dall'altro (e in certe giornate limpide lascia intravvedere anche la laguna di Venezia); piuttosto per il fatto che è oggetto di una petizione popolare che punta al recupero e qualcosa, seppur timidamente, si sta muovendo. Del resto, peggio di come è messo oggi è difficile: calcinacci che cadono dall'alto, scuri delle finestre penzoloni e reti da cantiere posizionate a chiudere le aree più a rischio crolli. Resiste strenuamente la gestione del bar-ristoro, fatta di passione autentica e piatti genuini. Scendendo però c'è un altro rifugio che è lo specchio di un passato che non c'è più: il Brigata Cadore in Faverghera, chiuso ormai da decenni e diventato la base delle antenne televisive e dei cellulari.Se ci si affaccia dentro le finestre, si può ancora vedere la grande sala al piano terra, e la scalinata che porta ai piani superiori. Inaugurato nel 1958, il rifugio ha vissuto l'epopea del Nevegal negli anni buoni: d'inverno era sempre affollato, quando le piste erano in funzione, tanto che risultava spesso difficile entrarci anche solo per un brulè; e d'estate le sdraio all'esterno erano apprezzatissime, occupate da escursionisti che mangiavano panini e bevevano una birretta. La chiusura è piombata come una pietra tombale, senza trovare nessuno che rilevasse la struttura. Un tentativo di riqualificazione è stato tentato nel 2013 quando Dolomiti Contemporanee utilizzò le pareti del rifugio abbandonato come “tela” per un esperimento di open-ing painting. Un colpo di vernice di cui oggi quasi non si vedono più i segni. Scendendo ancora verso valle, ecco l'agriturismo Faverghera, chiuso da un anno, e la vecchia pista da sci con lo skilift del Ghiro, inaugurato negli anni Settanta: era uno degli impianti più moderni, all'epoca, visto che la discesa sugli sci poteva avvenire anche di notte, grazie a un efficace illuminazione. Oggi non resta più nulla. LA PARTE BASSA Non va meglio in zona Piazzale. Anzi. Il vecchio distributore di benzina, sotto Le Torri, è un reperto di archeologia industriale, quasi piacevole alla vista, per gli appassionati del genere. Ma non si può dire lo stesso della vecchia partenza della seggiovia, tanto imponente quanto preda del degrado. La ristrutturazione era stata annunciata ancora tempo fa dal gruppo Nevegal Life sia via social sia all'assemblea Amici del Nevegal dell'agosto 2025: era stato detto che i lavori sarebbero partiti a ottobre, per trasformare la struttura in un bar ristorante, con kinder garden e molto altro. Tra un mese e mezzo si affaccerà un altro ottobre, ma dei lavori non si vede ancora manco l'ombra. Meriterebbe una visita a parte l'area del Col Canil, dove partiva una seggiovia costruita nel 1971 e dismessa dai primi anni Duemila, e dove è chiuso da almeno 15 anni l’hotel Olimpo. I tralicci dell'impianto di risalita sono ancora tutti lì, a invecchiare sotto le intemperie. E il piazzale davanti alla stazione di partenza è diventato una piccola discarica a cielo aperto, con bidoni di lamiera, termosifoni arrugginiti, un fornello a gas e persino un vecchio gatto delle nevi dismesso. C'è anche un cartello dei carabinieri: “Area sottoposta a sequestro preventivo”. E CHI PROVA A RILANCIARE In mezzo a tanto degrado, però, c’è anche chi resiste o prova a ripartire. È il caso dell’albergo Olivier, che negli anni d’oro ospitava i ritiri estivi dell’Inter ed è stato chiuso una ventina di anni fa. Adesso è sotto i ferri per rinascere più bello di prima. È il caso anche dell’albergo Nevegal Camping, con il parco giochi che attira ogni fine settimana decine di famiglie. È il caso di altri che hanno aperto b&b, bar o attività e che provano a sfruttare le potenzialità del Colle. Chissà se la pietra arriverà fino in cima, anziché scivolare a valle. Sisifo sarebbe contento di smettere di rincorrere la sua proverbiale fatica. Il Nevegal pure.