Dieci anni fa il The Guardian si chiedeva se il ristorante fosse destinato a fare la fine degli hotel dopo Airbnb o dei taxi dopo Uber. Nell’estate del 2016 il quotidiano britannico raccontava una costellazione di startup nate con l’ambizione di trasformare il soggiorno di casa in un’alternativa al locale tradizionale. Le speranze sembravano ben riposte. L’ibrido gastronomico privato-pubblico eliminava i costi fissi della ristorazione, metteva direttamente in contatto cuochi e commensali e restituiva centralità all’esperienza domestica.

A distanza di un decennio, quella previsione merita di essere corretta. I ristoranti non sono scomparsi, ma la casa è entrata stabilmente nell’economia della ristorazione, assumendo funzioni diverse. Da una parte è diventata il luogo in cui il cibo viene consumato sempre più spesso grazie al consolidamento delle piattaforme di food delivery. Dall’altra è tornata a essere anche uno spazio di produzione, ospitalità e lavoro attraverso la diffusione degli home restaurant e la crescita del mercato dei personal chef.

Deliveroo, nata proprio negli anni in cui il Guardian pubblicava quest’analisi, è diventata uno dei principali operatori globali della consegna di pasti a domicilio. Nel 2024 ha raggiunto per la prima volta un utile annuale, con ordini per un valore complessivo di 7,4 miliardi di sterline, mentre nella prima metà del 2025 ha registrato un’ulteriore crescita: gli ordini sono aumentati dell’otto per cento e il valore delle transazioni del nove per cento, trainato anche dall’espansione dei servizi di consegna della spesa e di altri prodotti retail. È però soprattutto sul versante dell’ospitalità che il cambiamento è stato evidente. La casa – e in particolare la sala da pranzo – ha ricominciato a essere percepita come uno spazio capace di accogliere persone estranee alla cerchia familiare, generare reddito e offrire un’esperienza gastronomica diversa da quella del ristorante.