Le tensioni sull’asse Roma-Madrid via Ceuta non sono «una turbolenza migratoria tra Italia e Spagna, ma una crisi di governance dell’Unione». Un corto circuito istituzionale in corso a Bruxelles. Non ha dubbi Thierry Breton, già commissario europeo per il Mercato interno ed ex ministro dell’Economia francese. Il vero strappo – avverte – è politico: cedere alle logiche dei muri incrociati può creare un precedente devastante per il continente. «Sospendere i controlli per ritorsione è un fatto grave - scandisce - non si può smontare Schengen attraverso i social». Ci troviamo di fronte a una situazione senza precedenti: uno scontro inedito tra due Paesi che mette a dura prova l’area Schengen. Qual è la sua analisi? «Sarò diretto. Ciò a cui stiamo assistendo non è una crisi migratoria tra Italia e Spagna: è una crisi di governance dell’Unione, messa a nudo da un evento migratorio. L’elemento scatenante - sessantamila persone confluite sul frangiflutti di Tarajal tra il 30 e il 31 luglio – è stato un evento europeo, non spagnolo. Si è trattato del primo attacco ibrido algoritmico su vasta scala contro una frontiera esterna dell’Unione. Una voce, un gruppo Facebook da ventimila membri, un loop su TikTok, e nel giro di ventiquattr’ore un confine dell’Unione cede. Roma ha invocato l’articolo 25 del Codice frontiere Schengen per reintrodurre i controlli sugli arrivi dai Paesi extra-Ue provenienti dalla Spagna. Madrid ha risposto l’8 agosto. Entrambe le decisioni rientrano formalmente nella lettera del Codice, ma entrambe ne tradiscono lo spirito, che era quello di vigilare insieme sulla frontiera esterna, avvalendosi di meccanismi europei per gestire le strumentalizzazioni. Quei meccanismi esistono. Il Regolamento 2024/1359, pienamente applicabile dal 12 giugno 2026, è stato scritto esattamente per questo scenario. Nessuno lo ha attivato. È questa la vera notizia». L’Europa è rimasta in silenzio, eccezion fatta per un’intervista rilasciata da Brunner a El Mundo. Che cosa bisognerebbe fare ora? «Il silenzio, in un’Unione governata dal diritto, è un atto politico. Ed è un atto costoso. La Commissione è la custode dei Trattati. L’articolo 3, paragrafo 2, del TUE pone l’abolizione dei controlli alle frontiere interne al centro dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Quando due Stati membri sospendono tale principio l’uno contro l’altro per motivi che non corrispondono manifestamente al Codice frontiere Schengen, la Commissione non può attendere la fine dell’estate. Ora devono accadere due cose. In primo luogo, una valutazione pubblica ai sensi degli articoli 27 e 33 del Codice per verificare se la notifica italiana del 31 luglio e quella spagnola dell’8 agosto soddisfino la soglia giuridica di una “grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”. In secondo luogo, una dichiarazione che chiarisca se la Spagna abbia richiesto, ai sensi dell’articolo 2 del Regolamento 2024/1359, il riconoscimento formale di una strumentalizzazione a Ceuta. Se sì, dov’è la valutazione? Se no, perché? L’assenza di entrambi i passaggi mi dice qualcosa di preoccupante: un certo numero di capitali preferisce che la crisi continui, perché ciascuna vi trova un’utilità politica interna. È così che l'Europa si sfilaccia». Madrid ha risposto ai controlli di frontiera italiani con la stessa misura che, poche ore prima, aveva definito «un siluro sotto la linea di galleggiamento dell’Ue». Questo ciclo di ritorsioni non rischia di trasformare Schengen in una serie di barriere bilaterali al primo segnale di tensione geopolitica? «Sì. Ed è questo ciò che mi preoccupa di più, perché i precedenti nel diritto europeo hanno un peso portante. Fino a questa settimana, la sospensione dei controlli interni di Schengen seguiva due logiche: shock esterni e grandi eventi pubblici. Ciò che Madrid ha fatto l’8 agosto ne inaugura una terza: il controllo reciproco come ritorsione diplomatica tra Stati membri. Formale giustificazione ai sensi dell’articolo 25, ma il significato politico è diverso. Dice a ogni capitale che sospendere Schengen contro un vicino fa ormai parte della cassetta degli attrezzi. Comprendo la frustrazione di Madrid. I controlli di Roma erano giuridicamente fragili e politicamente ostentati. Ma la risposta è un ricorso legale dinanzi alla Corte di Giustizia o un parere della Commissione, non l’emulazione. Il giorno in cui Francia e Germania applicheranno la stessa logica per una disputa sui rimpatri, o la Polonia nei confronti della Slovacchia per un confine, il mercato interno delle persone non sarà più un mercato. Sarà un patchwork di tregue bilaterali. L’Unione non può lasciare che questo precedente resti senza una correzione formale. Altrimenti Schengen diventa reversibile a colpi di tweet». Usare la «pressione migratoria sull’Italia» come pretesto per i controlli spagnoli non rischia di distorcere le regole ufficiali di Schengen? «Rischia di fare di peggio che distorcerle: rischia di svuotarle di significato. L’articolo 25 del Codice frontiere Schengen consente la reintroduzione temporanea dei controlli interni solo in caso di “grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”. La Corte di Giustizia, nelle cause Landespolizeidirektion Steiermark e NW, ha stabilito che la minaccia deve essere reale, attuale e sufficientemente grave. Una pressione diffusa presso la frontiera esterna di un altro Stato membro, senza prove di movimenti secondari, non soddisfa tale soglia. Roma e Madrid lo sanno: ed è per questo che le misure si rivolgono solo ai cittadini di Paesi terzi e hanno una durata limitata. Una corsa sul filo del rasoio. Se questa prassi si consolidasse, qualsiasi Stato membro potrebbe invocare la pressione migratoria altrove nell’Unione per sospendere la libera circolazione verso un vicino. I controlli interni diventerebbero la norma, la libera circolazione l’eccezione: l’esatta inversione del Trattato. L’articolo 3, paragrafo 2, del TUE diventerebbe un orpello decorativo. La Commissione non può permettere che due Stati membri ridefiniscano il Codice con i fatti compiuti sul campo. Una lettera di messa in mora o, quantomeno, un parere formale ai sensi dell’articolo 27 sono ormai atti dovuti». L’Italia teme movimenti secondari da Ceuta; la Spagna e l’Ue affermano che la situazione è sotto controllo. Chi sta travisando i fatti? «Entrambi, in modo diverso. Roma sta esagerando. Ceuta è territorio sovrano spagnolo, ma è al di fuori di Schengen per i controlli alle frontiere esterne. I cittadini di Paesi terzi entrati il 30 e 31 luglio non godono del diritto di libera circolazione per il solo fatto di essere arrivati lì: per raggiungere l’Italia necessitano di uno status giuridico Schengen o di viaggiare inosservati. L’idea che sessantamila persone giunte a una barriera il 30 luglio si materializzino nel giro di pochi giorni come un’ondata in arrivo a Genova o Civitavecchia non è credibile. Madrid sta minimizzando. Tra le tremila e le cinquemila persone, secondo il presidente di Ceuta Juan Jesús Vivas, rimangono nell’enclave o sulle colline circostanti. È stata installata una barriera galleggiante di cinquecento metri e le pattuglie sono state rinforzate, ma la vulnerabilità di fondo - il vettore algoritmico - non è stata affrontata. La Guardia Civil sta già monitorando appelli online per un nuovo tentativo intorno al 15 agosto. La reale preoccupazione di Roma - futuri episodi analoghi presso altre frontiere esterne - è legittima, ma non si affronta con i controlli sui passeggeri in viaggio dalla Penisola Iberica all’Italia. Solo un’azione europea può farlo. Ed è esattamente ciò che nessuno sta facendo». Madrid accusa Roma di non rispettare il Regolamento di Dublino. L’assenza di un meccanismo di solidarietà automatico giustifica queste misure di ritorsione? «No. Ma l’accusa evidenzia un vulnus strutturale che il Nuovo Patto avrebbe dovuto sanare, e che invece non ha sanato. Il bilancio dell'Italia sul rispetto dei trasferimenti di Dublino è stato, per anni, imperfetto. Roma sostiene che l’onere per i Paesi di primo ingresso sia sproporzionato - un’argomentazione per la quale nutro comprensione, ed è una delle ragioni per cui ho sostenuto il Nuovo Patto. Ma la risposta a un’applicazione imperfetta è una procedura d’infrazione della Commissione, non la ritorsione politica. La Spagna disponeva di strumenti legali. Ha scelto la ritorsione. Il Regolamento 2024/1351 ha introdotto, proprio per disinnescare questa tensione, un meccanismo permanente di solidarietà in vigore dal 12 giugno 2026. Ceuta è stata la sua prima vera prova del fuoco. A due mesi di distanza, non sappiamo ancora quale sia stata la richiesta spagnola, quale l’offerta italiana, né cosa abbia coordinato la Commissione. Un Patto celebrato il giorno dell’adozione ma invisibile alla prima crisi non è un Patto. È un comunicato stampa. Il meccanismo esiste. Non viene utilizzato perché gli Stati membri trovano la messinscena dell’azione unilaterale più utile rispetto agli ingranaggi discreti della solidarietà europea. Un calcolo a breve termine decisamente miope». Nel pieno dell’estate, quali disagi concreti dovranno affrontare gli oltre due milioni di passeggeri mensili tra Italia e Spagna? «Sarò pragmatico: la realtà per i passeggeri è meno catastrofica rispetto alla retorica politica. Per i cittadini dell’Ue che viaggiano tra Spagna e Italia, in prima battuta non cambia nulla. Entrambe le misure si rivolgono esplicitamente ai cittadini di Paesi terzi. È doveroso dirlo pubblicamente, perché gran parte della copertura mediatica di questa settimana ha dato l’impressione opposta. Per i cittadini di Paesi terzi - inclusi i residenti di lungo periodo in Spagna e Italia in possesso di passaporto marocchino, algerino, tunisino o senegalese - il disagio è reale: code più lunghe, controlli di secondo livello e, in alcuni casi, diniego di imbarco. È questa la popolazione che ne pagherà il prezzo. Le compagnie aeree e le linee navali sulle tratte Barcellona-Civitavecchia e Genova-Palma segnalano ritardi medi da trenta a novanta minuti, con picchi di diverse ore nei fine settimana di esodo estivo. Una stima di decine di milioni di euro di perdite cumulative ad agosto è plausibile. Ma il costo più profondo non è economico. È simbolico. Due milioni di persone al mese, tra due Paesi fondatori di Schengen, nel picco dell’estate, a cui viene ricordato che la libera circolazione è ormai subordinata all’umore delle due capitali. È un messaggio che durerà ben più a lungo dei controlli». La reintroduzione dei controlli di frontiera tra Italia e Spagna non rischia di incrinare la fiducia dei cittadini nell’integrazione europea? «La sta già incrinando. La questione è quanto profondamente, e se il processo sia reversibile. In ogni sondaggio Eurobarometro da due decenni a questa parte, la libera circolazione figura al primo o al secondo posto tra i benefici concreti che i cittadini associano all’Unione. Quando due grandi Stati membri di Schengen applicano controlli reciproci nel pieno della stagione delle vacanze, il messaggio recepito non è “il sistema ci sta proteggendo”, bensì “il sistema è fragile, il sistema è politico, il sistema si può spegnere”. Quel messaggio si insinua nell’immaginario collettivo e vi rimane. Ho assistito a tre momenti in cui la libera circolazione è stata concretamente compromessa: il 2015-16, la pandemia del 2020 e oggi. Ciascuno ha lasciato un segno permanente. Il sostegno all’Unione non crolla dall'oggi al domani; ciò che accade è più insidioso: una lenta erosione della percezione che il quadro europeo sia stabile, affidabile, non negoziabile. Una volta smarrita quella sensazione, i movimenti populisti non hanno neppure più bisogno di argomentare contro l'Europa. L’Europa argomenta contro se stessa. L’insegnamento che Roma e Madrid stanno impartendo questo mese, intenzionale o meno, è che Schengen sia un regime valido solo quando splende il sole. E un regime valido solo con il bel tempo, in un mondo che si fa sempre più duro, non è affatto un regime». Quali passi concreti deve compiere la Commissione europea per arrestare questo stallo bilaterale prima di settembre? «Quattro passi, in questo ordine, nessuno dei quali facoltativo. Uno. Entro settantadue ore, un parere formale della Commissione ai sensi dell’articolo 27 del Codice frontiere Schengen, che valuti la compatibilità di entrambe le misure con i requisiti sostanziali del Codice. Il silenzio è una scelta, ed è quella sbagliata. Due. L’attivazione formale, o una motivazione pubblica per la mancata attivazione, della procedura di valutazione ai sensi dell’articolo 2 del Regolamento 2024/1359. Se Ceuta non è stato un evento di strumentalizzazione, cos’altro dovrebbe esserlo? E se lo è stato, la decisione del Consiglio ai sensi dell’articolo 3 fornirebbe a entrambe le capitali la copertura giuridica europea che sostengono di cercare. Tre. La videoconferenza straordinaria dei ministri dell’Interno del 4 agosto, convocata dalla presidenza irlandese a seguito della lettera dei Ventidue – anch’essa affrettata, mal calibrata e scritta con il linguaggio delle vecchie crisi migratorie anziché di quella algoritmica appena verificatasi - ha allentato la pressione, cosa utile data l’inerzia iniziale della Commissione, ma non ha prodotto alcuna misura di sostanza: solo una dichiarazione di solidarietà a Madrid e un rinvio al Consiglio europeo di ottobre. Non basta. Prima di settembre, un Consiglio Affari Interni formale deve adottare un protocollo operativo scritto per futuri eventi di tipo Ceuta: chi fa cosa, in quali tempistiche, con quali fondi e su quale base giuridica. Non un comunicato. Un protocollo. Quattro. L’apertura urgente dell’indagine che ho chiesto la settimana scorsa su Le Grand Continent, ai sensi dell’articolo 40 del Digital Services Act, garantendo ai ricercatori accreditati l'accesso ai dati delle piattaforme sui contenuti che hanno generato l'assalto a Ceuta. Senza aver compreso il meccanismo algoritmico, ogni futura Ceuta produrrà un altro stallo tra Italia e Spagna. Si compiano questi quattro passi e settembre reggerà. Li si ignori e ci ritroveremo nuovamente impantanati in questa disputa - o in qualcosa di peggio - prima di Natale». Il nuovo Patto dell’Ue sulla migrazione e l’asilo possiede davvero gli strumenti necessari per prevenire simili tensioni tra Stati membri in futuro? «Il Patto possiede gli strumenti. Non possiede ancora, tuttavia, la prassi politica. Il Regolamento 2024/1351 prevede un meccanismo permanente di solidarietà; il 2024/1359 un quadro per le crisi e le strumentalizzazioni. Insieme ai regolamenti 2024/1348, 2024/1358 e 2024/1356, si tratta dell’architettura migratoria europea più ambiziosa mai adottata. È stata fortemente sostenuta dal gruppo del Ppe al Parlamento europeo e - con una sorprendente rottura rispetto alla maggioranza del gruppo Ecr - dal partito della Premier Meloni, Fratelli d’Italia, che ha votato a favore di sette dossier su dieci. Perché, allora, nulla di tutto ciò si attiva alla prima vera prova? Per tre ragioni. In primo luogo, il Patto richiede che gli Stati membri lo utilizzino. Se la Spagna non richiede una valutazione sulla strumentalizzazione, l’ingranaggio non si mette in moto. Se l’Italia non chiede la solidarietà, il catalogo delle opzioni rimane teorico. L'architettura giuridica senza volontà politica è solo un'impalcatura attorno a un edificio vuoto. In secondo luogo, la Commissione si è mostrata insolitamente cauta, nel timore di essere vista prender parte. Il suo compito, invece, è stare dalla parte dei Trattati. In terzo luogo, il Patto è stato concepito per le crisi del 2015-2020 - strumentalizzazioni fisiche presso confini fisici, non gli attacchi ibridi algoritmici inaugurati da Ceuta. Il Regolamento 2024/1359 non affronta nello specifico la mobilitazione online coordinata come vettore di strumentalizzazione, sebbene l’articolo 1, paragrafo 4, lettera b), possa essere interpretato fino a includerla. Il Patto deve essere integrato da una dottrina che articoli la gestione migratoria con il Digital Services Act - articoli 34, 35, 36, 40 - e con il quadro sulle minacce ibride. Quindi sì, a condizione che gli Stati membri lo usino, che la Commissione ne imponga il rispetto e che si accetti che occorre un ulteriore passaggio per affrontare la vera minaccia, che non è il barcone ma l’algoritmo. Ceuta è stata un avvertimento. Lo stallo tra Italia e Spagna ne è un secondo. Non ce ne sarà un terzo che potremo permetterci di ignorare».