«Un piano straordinario per Taranto» per disinnescare una «bomba sociale». Ma poi anche l’assicurazione che non saranno ridotti i fondi della Zes Unica e che nella prossima Finanziaria il governo continuerà a investire sul Sud. «Le risorse messe in campo per il Mezzogiorno sono ingenti e in continua crescita – spiega nell’intervista al Mattino, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso - Solo con i Contratti di sviluppo, nel periodo 2022-2025 sono state concesse agevolazioni per 7,6 miliardi di euro, con oltre 5 miliardi concessi a imprese del Mezzogiorno. A questi si aggiunge il credito d’imposta per la Zes unica che, dopo i 3,4 miliardi del 2024, è stato dotato di 2,2 miliardi nel 2025 e di 2,3 miliardi per il 2026, con ulteriori stanziamenti programmati fino al 2028 per un totale, nel triennio, di oltre 4 miliardi. Si tratta di un’agevolazione particolarmente generosa, che arriva fino al 60 per cento dell’investimento per le piccole imprese di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia e che si somma agli incentivi del Piano Transizione 5.0».
Negli ultimi anni il Pil del Sud ha mostrato una dinamica positiva, sostenuta anche dal Pnrr e dagli investimenti pubblici. Esiste già una strategia per garantire continuità alla crescita e agli investimenti dopo il 2026? «Il lavoro svolto in questi anni è stato fondamentale, anche dal punto di vista del metodo, per riportare il Mezzogiorno al centro dell’attenzione degli investitori. Molti degli investimenti attratti hanno riguardato i settori tecnologicamente più avanzati, a dimostrazione che nel Sud si può fare impresa: si possono ottenere autorizzazioni in tempi record e si trovano condizioni favorevoli. C’è, inoltre, un tessuto imprenditoriale ricco, e dove già operano imprese diventa sempre più facile attrarne di nuove. Il Sud, del resto, continua a essere al centro della politica industriale del Paese». Merito anche della Zes? «I risultati sono concreti e già misurabili. Le autorizzazioni uniche finora rilasciate hanno messo in moto oltre 9 miliardi di euro di investimenti e circa 25 mila posti di lavoro, e quasi la metà di esse riguarda nuovi insediamenti produttivi: non semplici ampliamenti, ma impianti che nascono da zero. L’interesse delle imprese è testimoniato dalle quasi 3.700 domande già presentate allo Sportello unico digitale, mentre sul fronte del credito d’imposta le richieste hanno superato i 2,5 miliardi di euro, concentrate soprattutto tra Campania, Sicilia e Puglia. Sono numeri che raccontano una sola cosa: la Zes unica è ormai uno strumento riconosciuto e pienamente utilizzato, capace non solo di accelerare gli investimenti in corso, ma di attrarne di nuovi in tutto il Mezzogiorno». Insomma, un modello che ha funzionato, tanto che anche le regioni del Nord chiedono l’estensione. Ma in questa maniera non si rischia di venire meno ad uno degli obiettivi della Zes, ovvero la riduzione dei divari? «La Zes ha due leve di successo: la prima è quella dell’accelerazione autorizzatoria, che può essere estesa anche alle altre aree del Paese. La seconda è quella delle risorse, che sono destinate alle aree svantaggiate, secondo precisi criteri europei, per ridurre il divario interno, tanto più se si tratta di fondi di coesione. Non possono quindi essere destinate alle aree più avanzate». L’eventuale estensione della Zes sottrarrà risorse al Mezzogiorno? «No, nessuno può sottrarre le risorse già destinate al Mezzogiorno, che anzi intendiamo incrementare con la prossima legge di Bilancio». In che maniera, allora, si potrebbe allora estendere la Zes? Qualcuno parla della possibilità di utilizzare le Zls?«Le Zls sono già state istituite in diverse Regioni del Centro-Nord caratterizzate dalla presenza di un sistema portuale. Hanno delle loro caratteristiche, così come le zone franche portuali. Stiamo valutando come gli aspetti di semplificazione amministrativa e autorizzatoria possano essere estesi a tutto il territorio, perché sono stati una delle leve vincenti delle Zes». Quali misure possono essere messe in campo per attrarre gli investimenti nelle aree del Mezzogiorno? «Mi sono già confrontato con la Conferenza delle Regioni per avviare da subito l’istruttoria per realizzare le aree di accelerazione industriale previste nel nuovo regolamento Industrial Accelerator Act, in via di approvazione. Esse possono essere realizzate in ogni regione del Paese e, ovviamente, siamo impegnati a localizzarle anche nel Mezzogiorno. Per esempio, nel campo dell’automotive, così come in quello della siderurgia, delle tecnologie green e delle tecnologie digitali». Quali settori possono diventare i veri motori dello sviluppo meridionale: energia, aerospazio, microelettronica, automotive, logistica o economia del mare? «Quelli che lei ha citato sono già motori di sviluppo. Pensiamo all’Etna Valley, con STMicroelectronics e 3Sun, ai distretti dell’aerospazio in Campania e Puglia, al polo automobilistico di Pomigliano, destinato a produrre l’E-Car europea, la nuova utilitaria di massa, e allo sviluppo della cantieristica a Castellammare e Palermo. Aggiungerei i poli della chimica green di Priolo e Ragusa. E mi auguro che presto si possa parlare anche del polo energetico e industriale di Gioia Tauro, se si realizzerà il progetto del rigassificatore». Ci sono progetti che riguardano l’Intelligenza artificiale e i database? «Uno è stato appena approvato dal Consiglii dei ministri con la dichiarazione di interesse strategico nazionale: riguarda la realizzazione di un Data center, con 1,4 miliardi di investimento, in una miniera del Sulcis, in Sardegna. A settembre dovremmo approvarne un altro, di maggiori dimensioni, in un’altra regione del Sud. Se il consorzio italiano otterrà l’assegnazione di una delle tre AI Gigafactory europee, credo che avrà anche una presenza significativa nel Mezzogiorno». Infine, l’ex Ilva: il Governo punta alla decarbonizzazione e al rilancio produttivo, ma restano aperti i nodi dell’investitore, delle risorse necessarie, dell’approvvigionamento energetico e della tutela occupazionale. Qual è oggi il cronoprogramma realistico per Taranto e quali garanzie può offrire ai lavoratori e alle imprese dell’indotto? «Oggi si riunirà il direttivo di Federacciai per valutare se esistano le condizioni per una cordata italiana che, come auspicato da Confindustria, possa presentare una propria proposta nell’ambito della procedura di gara in corso, aggiungendosi a quelle di Jindal e Flacks. Nel contempo dobbiamo elaborare un “piano straordinario per Taranto”, perché la chiusura dell’area a caldo imposta dalla Corte d’Appello ha innescato una bomba sociale, produttiva e occupazionale che dobbiamo assolutamente disinnescare».









